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Reportage. Il lago azzurro nato dal terremoto e l'eremo danneggiato: la Gola dell'Infernaccio vuole vivere

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Da dietro l’eremo si ammira la gola dall’alto ed è da lì che si vede il costone che si è staccato, enorme, e che percorrendo tutta la montagna ha bloccato il corso del fiume creando il lago azzurro. FOTOGALLERY E VIDEO

di Raffaele Vitali

MONTEFORTINO - La natura distrugge, la natura crea. Banale forse, ma niente di più vero quando accompagnati dal sindaco di Montefortino, dagli uomini del Parco dei Sibillini diretto da Bifulco, dai carabinieri della Forestale e da qualche collega giornalista si decide di affrontare la gola dell’Infernaccio per arrivare all'eremo di San Leonardo, a oltre mille metri di altezza.

L’accesso è vietato, si può procedere solo se dotati di caschetto. E dire che all’inizio tutto sembra normale, con la solita strada sterrata, solo che girando il primo angolo ci si trova di fronte alla prima enorme frana (foto 1) che ha reso impervio la discesa verso le pisciarelle. Montagne di massi che il terremoto ha fatto crollare. “Questo è il primo obiettivo – spiega il sindaco Domenico Ciaffaroni – perché se non liberiamo l’accesso è inutile pensare al resto”. E il resto è davvero incredibile (LA FRANA - VIDEO).

Il primo schiaffo arriva quando nel silenzio irrompe il fragore dell’acqua del Tenna, che passando tra le pareti provoca le cascatelle naturali che in migliaia ogni estate immortalano. Lì davanti c’era un ponte, costruito di recente da Comune e Provincia. Ora resta un enorme buco (foto 2). Fa effetto, perché quel ponte era stata una delle conquiste ‘sociali’ di padre Pietro Lavini, il frate che ha saputo con la sua sola forza fisica e della fede costruire San Leonardo, la meta finale del nostro cammino.

Bisogna quindi aggirare lo strapiombo e passare in mezzo al fiume, cercando l’appoggio tra le pietre più stabili. Qui il dilemma: prendere la galleria, superando un mucchio di tronchi ammassati dalla neve di gennaio che ha spazzato via tutto, o infilarsi nella gola dell’Infernaccio, per capirne davvero lo stato. Vince la seconda opzione.

I massi caduti dall’alto sono i compagni di viaggio, prima dell’incontro con una montagna di neve, scavata dal fiume che ha reso il passaggio poco più largo di un metro (foto 3). Neve e fango dove normalmente si passeggiava scattandosi selfie tra lo scorrere dell’acqua. È un lento avanzare tra mani che si incrociano e spalle che diventano la sponda per salire trasformando un costone di terra in un percorso improvvisato.

L’incredibile arriva poco dopo il bivio che sale all’eremo. La decisione di Ciaffaroni di potare il gruppo a vedere la diga naturale che si è creata un chilometro più avanti. Mai decisione fu più saggia. “Siamo di fronte a qualcosa di lunare, di incredibile. Inutile negare che questo spettacolo va valorizzato. Fino a oggi abbiamo pensato alle persone, poi alle strade e infine alle aree su cui collocare le casette. Ora è arrivato il momento di pensare anche a questa zona” (foto 4). Carlo Bifulco, direttore del Parco dei Sibillini ha indossato scarponcini e caschetto per vedere con i suoi occhi quello che il terremoto ha distrutto, ma anche creato. “Solo vedendo si può davvero capire quello che serve”. Annuisce Ciaffaroni, lui lo dice da tempo e finalmente, oggi, è riuscito nel suo intento: coinvolgere tutti i soggetti preposti, visto che c’è anche una responsabile della Protezione Civile che fa parte dell’Ufficio Ricostruzione di Ascoli (foto 5).

Il paesaggio lunare è uno slargo bianco con incastonati in mezzo degli alberi. Che non sono morti, ma già pronti a rifiorire. “La natura è dinamica, tra tre mesi qui sarà tutto un altro paesaggio”. Sempre se resisterà, visto che il bacino è la roccia franta e sgretolata sotto la forza delle scosse del terremoto del 30 ottobre. Ma è oltrepassando una montagna di roccia che la meraviglia diventa straordinaria.

Un lago dall’acqua cristallina è sotto i nostri piedi (foto 6). Sorride Ciaffaroni, per la prima volta da un’ora e mezzo che il cammino è iniziato: “Dobbiamo valorizzarlo, dobbiamo renderlo un luogo da ammirare”. Ecco la natura che da una distruzione ha saputo creare qualcosa di unico, con gli alberi incastonati tra le pietre che escono dall’acqua come fossero delle ninfee troppo cresciute (foto 7).

“Non sarà facile, ma ci proveremo. Qui bisogna poterci arrivare. Ma prima dovremo valutare anche la stabilità di questa diga naturale che si è creata” prosegue Bifulco prima di lasciare il gruppo che prosegue verso l’alto, verso l’eremo di San Leonardo (foto 8).

È l’obiettivo la chiesa costruita da Padre Pietro, perché si vuole capire cosa serva davvero per renderlo sicuro dopo le scosse. Le immagini dall’alto scattate dai vigili del fuoco dopo le prime settimane dal sisma, mostrarono delle crepe e dopo un’altra ora di cammino, le crepe sono davanti ai nostri occhi. Come il trattorino di padre Pietro, al sicuro sotto il suo semplice garage. “La parte maggiormente danneggiata è quella posteriore e l’ala vicino al campanile (foto 9). Ma non parliamo di danni troppo grandi, sono lavori fattibili. Basta mettere dei tiranti che blocchino la parete dl retro” ribadisce il sindaco di Montefortino.

Fosse per lui, l’Infernaccio, perla turistica di questa parte di Sibillini riaprirebbe già per l’estate. Il direttore del Parco è stato meno ottimista, ma non si è tirato indietro. “Io so quello che devo fare: libero la strada di accesso e poi comincio a salire, se l’Ente Parco darà il permesso liberando pezzo per pezzo”. Ma c’è un problema: mancano tre ponti. Sono loro i veri avversari, anche per la messa in sicurezza del monastero, dove sotto gli archi dominano le fotografie del cappuccino mentre era al lavoro, mentre tagliava una pietra o spostava una carriola piena di cemento (IL VIDEO DI VERA TV).

Da dietro l’eremo si ammira la gola dall’alto ed è da lì che si vede il costone (foto 10) che si è staccato, enorme, e che percorrendo tutta la montagna ha bloccato il corso del fiume creando il lago azzurro. La discesa sembra facile e leggera, fino a che non si incontrano i tappeti di foglie che nascondono lo scorrere dell’acqua e quindi venti centimetri di fango che poi diventano rami strappati dallo sciogliersi della neve e pietre sdrucciolevoli. Questa volta si sceglie la galleria che ha resistito anche ai due violenti terremoti (foto 11).

Percorrendola ci si ferma a pensare a padre Pietro, al suo scendere fino alle pisciarelle ogni volta che arrivano i tubi in ferro e i sacchi di cemento che qualche generoso benefattore gli donava. Il materiale glielo lasciavano lì, alla fine della galleria, che era chiusa perché chiusa e usata solo dalle forze dell’ordine, dove oggi non c’è più l’amico ponte. Lui saliva con la carriola, spingendo senza fatica, senza lamentarsi, senza cercare, come tutti noi, un po’ di acqua fresca. Sognava l’eremita che amava la gente e alla fine ha realizzato la sua missione. Sogna oggi il sindaco Ciaffaroni di ridare vita alla gola dell’Infernaccio. Non ha la fede di padre Pietro, ma sa di non essere solo e quindi “ci credo, io la strada la libero e quassù ci torniamo”. (L'ARRIVO - VIDEO)

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