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Liliana Segre, la memoria in cammino: 'Essere ignoranti è un limite gravissimo. Studiate e riscoprite la parola amore'

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La senatrice a vita in visita al campo di prigionia di Servigliano incontro gli studenti: 'Ricordare è fondamentale, qualcuno sta cercando di cancellare la storia'.

di Raffaele Vitali

SERVIGLIANO - “Io sono qui”. Lo ha detto, lo ha fatto capire appoggiando un sassolino davanti alla lapide che ricorda chi ce l’ha fatta e chi invece nel 1944 salì sul treno nella stazioncina di Servigliano con destinazione Fossoli e poi Aushwitz, lo stesso campo in cui venne deportata la senatrice Liliana Segre. Lei è una dei 25 bambini che ce l’ha fatta, sugli oltre 700, che si ritrovarono a un passo dai forni crematori. Varcando il cancello del campo, la prima cosa che nota è il verde del terreno: “Vedete, la natura vince sempre, è la vita”.

Ad attenderla nel teatrino all’interno del comune di Servigliano ci sono decine di sindaci, centinaia di persone, tanti bambini, alunni dell’Ipsia e del Montani, una violinista e una pianista che fanno correre un brivido sulle schiene con le note di Schindler List prima che le parole della senatrice a vita riempiano cuori e menti. È rimasta colpita dal campo di prigionia di Servigliano e parlando con il direttore della Casa della Memoria Giordano Viozzi ha anche scoperto di avere passato del tempo a Como con una delle ragazze partite proprio da lì, prima di essere deportata ad Auschwitz salendo sul treno in quel binario 21 rimasto impresso nella sua memoria. Memoria che rivive oggi, a due giorni dal 25 aprile, data simbolo della lotta per la libertà “e che diede l’avvio – sottolinea il senatore Francesco Verducci, vero artefice dell’incontro - alla nascita della nostra costituzione, una carta bellissima che ha prodotto l’articolo 3 in cui c’è scritto che tutte le persone hanno pari dignità, non c’è discriminazione di religione, di orientamenti sessuali e politiche. E che ognuno di noi ha il diritto di sperare gli ostacoli che impediscono a ognuno di realizzarsi. Quegli ostacoli che Liliana con la sua testimonianza abbatte ogni giorno”.

Prima della senatrice, dopo il saluto del sindaco Marco Rotoni, “lei ci aiuterà a capire la storia, a leggere il presente, a educarci per il futuro”, parlano i ragazzi. Per tutti Stefano Mezzabotta, che frequenta il quinto anno del Montani, ma che al campo di Servigliano non c’era mai stato. E su questo bisogna riflettere. “Noi siamo nati nel secondo millennio, epoca di pace dominata dai concetti come dialogo e rispetto. Ci sentiamo per nona ver conosciuto il fascismo, la guerra, la deportazione, il sentirsi diversi e indesiderati. Questo incontro con lei per noi è il momento per ricostruire e riflettere. Lei è una donna che ce l‘ha fatta, nonostante tutto.  Noi sappiamo che ci sono nuovi fascismi in agguato, ma sappiamo che il dialogo può fare molto”.

L’abbraccio della senatrice è il primo premio per il 19enne che vuole portar avanti valori vincenti. Ma sono le parole che tutti vogliono sentire. “Sono qua per i ragazzi, da nonna chi mi interessa sono i giovani. Sono una donna qualsiasi che diventa testimone. Sono rimasta muta per anni, non volevo sentire parlare della parte chiave della mia vita, fino a che non sono diventata nonna di Edoardo. E lì ho ripensato al fatto che dovevo morire, al fatto che sono viva per caso, non perché sono un’eroina. Ho sfiorato la morte ogni giorno, ma poi sono tornata, come ragazza selvaggia e disperata, senza passato, senza persone e oggetti, senza ricordi perché tutto veniva rubato”. Non tutto però, ammette la senatrice: “Una cameriera fedelissima aveva conservato le fotografie e due anelli di mia nonna. Le fotografie sono state decisive nella mai vita, altrimenti non avrei avuto il passato e i volti di chi era morto solo per la colpa di essere nato”.

Non fu solo un periodo di privazione della libertà quello di Auschwitz, ma di ogni diritto umano dal vivere senza mutande al dover stare nude davanti a chiunque, davanti ai soldati che decidevano il tuo futuro. “Quando la perdita della dignità è totale e ti butti sui rifiuti per mangiare, tu che eri abituata come tutti a diventare un animale, tu che hai toccato il livello più basso, diventi un pezzo della forza di gravità: è stato il momento in cui la forza della vita ha preso il mio corpo. Noi prigioniere abbiamo scelto la vita. La maggior parte di noi morì, ma con la voglia di restare vive. Per questo invito i ragazzi a godere la primavera, che sembra normale. Ma quando ti ritrovi in un campo in cui vedevi solo fili spinati, scopri improvvisamente con la libertà che la natura vince, che ogni anno fa un miracolo straordinario con i fili d’erba e le gemme. Non si può rinunciare, la vita la scegli sempre” prosegue la senatrice

Viva per caso e oggi impegnata a ricordarla: “Ero uno scheletro, un orrore rasata e tatuata e poi invece ero di nuovo a Milano, ma ero selvaggia. Non mi capivano, mi sarebbe servito uno psicologo, ma non si usava. Poi, però, la vita ha preso il sopravvento e nello studio ho trovato una ragione di vita. Essere ignoranti è un limite gravissimo”. Ricorda quando arrivò al mare a Pesaro e in spiaggia, non ancora diciottenne, si avvicinò a un gruppo di ragazzi: “Un giovanotto mi piacque subito. Si avvicinò e mi mise una mano sul mio braccio sinistro, quello col numero, e mi disse: ‘Lo so che cosa è, sono stato un prigioniero, uno dei 650mila italiani eroici che hanno scelto di non aderire alla repubblica sociale ma di fare due anni di lager volontari in Germania’. Lui ci ha visto passare sui treni, ha capito che ero diversa dalle altre ragazze. Da quel momento non ci siamo lasciati più. E io che avevo cancellato la parola amore, rimasta nella cenere di mio padre e dei miei nonni, ho amato e sono stata amata. Sono stata una donna felice”. Momento chiave la maternità: “Ho pianto quando è uscito mio figlio. Ne ho avuti tre e ho maturato una gelosia ed un egoismo per il mio passato pesante e ingombrante, con i miei figli che crescendo chiedevano cosa fosse il numero sul mio braccio. Ho sempre rimandato i miei racconti in famiglia, ho scelto l’esterno. Per anni mi sono protetta dal mio passato. Poi, trent’anni fa sono diventata nonna e ho sentito il peso di non aver fatto del tutto il mio dovere”.

L’avvento dei negazionisti, la morte dei testimoni, il silenzio di altri come lei, l’ha convinta che era il momento di parlare. Come lo ha capito Mattarella nominandola senatrice a vita e a cui la senatrice disse: “Sono vecchia, ma sono sempre quella bambina che doveva fare la terza elementare e che per la sola colpa di essere nata si ritrovò con la porta della scuola chiusa e che 80 anni dopo vede aperta invece la porta del Senato”.

Pesano le parole, lo sottolinea il prefetto Vincenza Filippi: “Sono orgogliosa, in primis come cittadina di essere qui con lei. Due concetti fondamentali ho trovato nella sua biografia: i numeri e le parole. I numeri spesso sono la capacità dell’uomo di evolversi nella conoscenza, ma possono aver anche valenza negativa se l’uomo li usa per prevaricare. Leggendo la storia della bambina Liliana, ho trovato il numero del binario, il 21 che portava da Milano ai luoghi di odio, i 605 che partirono insieme a lei, il numero tatuato sul braccio. Ma a questo lei ha abbinato il potere catartico della parola, partendo dalla parola amore che lei ha avuto per la sua famiglia, per suo padre, per suo marito che l’ha aiutata a far comprendere che alla logica dell’odio si deve cedere alla speranza”. Aggiunge Moira Canigola, presidente della Provincia: “Solo la memoria può lottare e vincere contro l’indifferenza. Il nostro Paese ha biosogno di non dimenticare”. E la Segre, immediata ribatte: “Stanno cancellando la storia, ma non ci riusciranno”. Grazie a simboli come la senatrice: "Servigliano evoca tragedie, ma anche coraggio. Lottiamo insieme contro la comodità dell’indifferenza” sottolinea l'assessore regionale Fabrizio Cesetti.

La conclusione è del senatore Verducci, prima che le note della 'Vita è bella' riempiano la sala: "Ogni volta che vedo la Segre varcare la porta del senato, per me c’è grande soggezione per quello che rappresenta. Perdemmo libertà e democrazia, vivemmo l’abominio dello sterminio, figlio di una ideologia. Ricordo molto bene il 19 gennaio 2018 quando il presidente della repubblica Sergio Mattarella volle nominare Liliana senatrice a vita. Una scelta che cadeva negli 80 anni delle leggi razziali. Era un messaggio a far sì che non potesse più capitare che nel nostro Paese si potessero studiare leggi razziste. La sua memoria è l’antidoto più potente al veleno dell’intolleranza, del razzismo, pericolo per convivenza e democrazia”.

@raffaelevitali

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