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Carabinieri e Procura di Fermo: omicidio Biancucci, ecco come abbiamo preso i responsabili (video)

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Dal procuratore il grazie ai militari del comando provinciale di Ascoli Piceno: “Quagliozzi, Gismondi (nucleo investigativo) e i loro uomini. Con loro ha collaborato il comando di Fermo, qui il comandante Marinucci, la stazione di Porto Sant’Elpidio e la compagnia di Montegiorgio guidata dal capitano Giglio".

FERMO – Procuratore e sostituto seduti in mezzo ai vertici dei carabinieri di Fermo e Ascoli Piceno. Tutti insieme per tre arresti importanti, soprattutto per la gente che si è sentita impotente, spaventata, insicura dopo che nel suo letto a Montegiorgio, l’11 marzo venne trovata legata e senza vita la signora Maria Biancucci. Era il marzo del 2018, quando Montegiorgio venne scossa da questa notizia: una rapina finita male. Non c’erano dubbi su questo, il punto era trovare i responsabili.

Oggi si è chiuso il cerchio, almeno secondo la Procura, che non ha dubbi neppure sul come i rapinatori si siano procurati la chiave con cui sono entrati nella casa della signora Biancucci. La risposta è nei tre arresti: Zlatina Iordanova, 47 anni bulgara; Sebastiano Piras, 35 anni di Offida; Dante Longo, 48 anni di Porto Sant’Elpidio, che è l’uomo che frequentava la casa e che “con un espediente avrebbe preso la chiave”. Escluso quindi, al momento, un quarto protagonista nella tragica rapina diventata omicidio.

A luglio ci fu il primo arresto, quello di Longo. “Merito del Dna ritrovato sulla scena del crimine. L’uomo ha collaborato e abbiamo individuato i complici. Che ora sono stati assicurati alla giustizia: sono il nipote del primo arrestato e la sua compagna” spiega il procuratore Alessandro Piscitelli che poi aggiunge: “Un fatto di sangue che ha colpito il territorio, giusto fare il punto, spiegare davvero quello che è successo”. Dal Pm il grazie ai militari del comando provinciale di Ascoli Piceno: “Quagliozzi, Gismondi (nucleo investigativo) e i loro uomini. Parliamo di eccellenze, in termini di professionalità e capacità investigative. Con loro ha collaborato il comando di Fermo, qui il comandante Marinucci, la stazione di Porto Sant’Elpidio e la compagnia di Montegiorgio guidata dal capitano Giglio che ha svolto un ruolo chiave”. Tutti sotto la regia della dottoressa Francesca Perlini, sostituto procuratore.

E proprio alla Perlini il compito di ricostruire il caso: “Più fasi: nella prima essenziale l’aiuto dei carabinieri di Montegiorgio per recuperare più elementi possibili e stringere il cerchio sule conoscenze della famiglia. Così si è arrivati al primo individuo che aveva frequentato spesso la casa della Biancucci”. Una rapina finita male, diventata un delitto gravissimo, ribadisce la Perlini.

“Seconda fase iniziata dopo il ritrovamento del Dna e la conferma dal Ris che ha trovato i resti sul nastro adesivo che è servito a bloccare la signora Biancucci. A quel punto, il fermato ha fatto il nome del complice. Le indagini hanno confermato la correttezza delle dichiarazioni. Ed esaminando i cellulari sono stati trovati dei dialoghi, anche con la donna. A quel punto abbiamo studiato tutte le immagini delle videocamere che hanno visto il passaggio dei complici e anche le telecamere del bancomat dove sono stai fatti i prelievi”. Da qui la terza fase: “Misure cautelari in carcere per il complice che durante l’interrogatorio ha fatto emergere ulteriori informazioni: ha confessato e ha illustrato in maniera dettagliata la dinamica che ha fatto emergere il ruolo del terzo complice, l’autista. Da qui la richiesta di misura carceraria per la donna per concorso in rapina”.

Chi entra nei dettagli è il tenente colonnello Quagliozzi, del comando provinciale di Ascoli Piceno: “Una casa isolata con strade buie. Fondamentale l’attività di sopralluogo con i militari specializzati. I rapinatori hanno portato via 3-400 euro in contanti e due tessere Postamat con un pin. Dalle indagini successive abbiamo scoperto lo stratagemma. Sono entrati con la chiave, il primo degli arrestati se ne era procurata una e l’aveva fatta duplicare al secondo. Poi, una volta dentro, hanno rotto il vetro per far credere che qualcuno fosse entrato forzando la finestra”. Ma è bastato poco ai carabinieri per capire che fosse un depistaggio. “Il giorno dopo hanno prelevato contanti all’ufficio Postamat di Porto Sant’Elpidio. le immagini dell’autore dei prelievi sono state molto utili. Corporatura, atteggiamento, camminata e abiti ci hanno fornito riscontri importanti, anche se si era incappucciato e aveva un foulard davanti al volto”. Sul maxi schermo allestito scorrono una serie di slide che ripercorrono l’indagine. Dalla macchina che arriva e poi se ne va, “abbiamo notato che era passata piena ed è tornata indietro vuota e leggera” prosegue Quagliozzi, all’uomo che passa davanti al bancomat. Immagini reperite in particolare dai carabinieri di Montegiorgio che hanno lavorato incessantemente, “senza mai far sentire soli il figlio della donna e gli abitanti della zona” ribadisce il procuratore Piscitelli.

“A quel punto abbiamo analizzato i traffici telefonici, riuscendo a isolare le celle relative ai cellulari dei presunti, al tempo, responsabili. Abbiamo trovato i contatti tra il primo e la compagna, che ha fatto da palo e ha portato i soggetti sul posto. Siamo così arrivati al 18 luglio, giorno del primo arresto che ci ha fatto trovare anche gli indumenti usati per il prelievo”. Non si parla di una banda, ma di un’azione familiare condotta per recuperare soldi: “Cosa è andato storto? Non pensavano – precisa la Perlini – di trovare in casa qualcuno”. O quantomeno pensavano chela signora stesse dormendo. E invece. “A noi interessano i fatti e la qualificazione in termini giuridici, non le giustificazioni. In fase di rilievo nel processo vedremo cosa diranno. Per ora la terza indagata non è ancora stata sottoposta a interrogatorio”. Forse pensavano di trovare altro: “Speravano di trovare un bel bottino. Puntavano su oro e contanti” precisa la Perlini a cui non resta che attendere l’inizio del processo per vedere confermate le tesi accusatorie che hanno portato alle tre misure cautelari.

Raffaele Vitali

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