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Un'ape come marchio di qualità del prodotto: la Valdaso taglia i pesticidi e diventa simbolo nazionale

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Per gli agricoltori il tasto dolente è uno. “Ed è quello per cui la Valdaso ha perso metà della sua produzione in dieci anni. Noi oggi vendiamo il nome della pesca della Valdaso, ma il mercato non premia la qualità e cerca il prezzo".

ALTIDONA – Soldi per un futuro migliore e una agricoltura più pulita. La Valdaso diventa un modello nazionale, il 28 marzo il piano è stato presentato a Roma, grazie al lavoro svolto da Giuliana Porrà, vicesindaco di Altidona, e agli amministratori della zona che si sviluppa lungo la valle più verde e ricca delle Marche.

“Un lungo lavoro che ha coinvolto 13 Comuni, imprenditori privati e Regione che hanno dato vita al contratto di fiume, oggi arricchito dall’accordo agroambientale” spiega Enrico Lanciotti, sindaco di Altidona, che coinvolge la media e bassa vallata. “Noi crediamo nell’area vasta e crediamo che la possibilità per massimizzare i risultati, e le risorse, sia lo stare insieme. Per progettare questo accordo il lavoro è stato lungo e complesso. E non si ferma qui, visto che prosegue la ricerca dei contributi”. Che sono fondamentali per motivare ancora di più gli imprenditori agricoli che hanno creduto nell’accordo agroambientale che ha le sue radici nel 2007 e che ora deve essere rinvigorito dopo la scissione delle due province coinvolte.

Per gli agricoltori il tasto dolente è uno. “Ed è quello per cui la Valdaso ha perso metà della sua produzione in dieci anni. Noi oggi vendiamo il nome della pesca della Valdaso, ma il mercato non premia la qualità e cerca il prezzo. La necessità è che le 120 aziende coinvolte crescano ancora, come avvenuto nel corso di questi anni, considerando che si era partiti da 80 realtà coinvolte. In questo modo avremo davvero un prodotto unico e riconoscibile in Italia”.

Cia e Coldiretti, Università di Ancona e associazione Bartola, Gal e Provincia sono i partner dei privati e del gruppo di 13 Comuni: “Il contratto di fiume ha avviato il percorso che oggi si incrocia con il tavolo sull’agricoltura”. Questo della Valdaso è un modello che ricalca quello francese, il preferito a livello europeo ed è l’unico al momento a livello nazionale. “Gli imprenditori si impegnano alla lotta integrata ai fitofarmaci e al biologico”. A fronte di questo, ci sono le misure vantaggiose: “La Regione fornisce direttamente il contributo agli agricoltori, 2.5 milioni finalizzati alla tutela delle acque. Oltre a questo ci sono le misure relative alla formazione, al sostegno di progetti innovativi e 100mila euro per la cooperazione, per un approccio collettivo”. Da qui lo spingere sull’aggregazione degli agricoltori per accrescere l’azione comune.

Applicando l’accordo la produzione migliora la qualità dei prodotti e permette un passaggio di conoscenza. “Nei primi sette anni di accordo gli agricoltori hanno avuto solo vantaggi: l’obbligo della confusione sessuale ha portato a una drastica riduzione degli insetticidi. Se per il pesco si facevano 5 interventi con pesticidi, ora siamo a uno. Con il nuovo accordo c’è stato un ulteriore step: mentre prima gli agricoltori si sforzavano e non avevano certificazioni, ora ne hanno una nazionale che dà alle produzioni un riconoscimento che diventa importante dal punto di vista commerciale”. La nota, in parte negativa, “è che gli agricoltori devono fare analisi obbligatorie a proprie spese e la certificazione se la devono pagare”. Il contributo, da 100 euro a 650 euro per ettaro, è certo, così come il costo. Ma sono soldi spesi bene, in primis per la salute delle piante e delle persone. “Da quest’anno il prodotto verrà certificato e riguarda 9mila ettari da Pedaso a Montedinove sui 16mila totali”. E siccome il programma funziona, la Regione quest’anno aprirà a nuovi agricoltori. “Le risorse sono minori. Il bando è in itinere e verrà riaperto con un allargamento ad altri territori”. Nelle Marche, oltre a quello della Valdaso che è best practice nazionale, sono partiti anche altri due accordi: uno privato guidato da Vinea nel piceno e uno guidato da un’associazione di agricoltori a Montelabbate.

Per tutti ora vo volerà un’apina, simbolo della qualità di coltivazione e di appartenenza al sistema Sqnp. “Servirà? Lo speriamo, darebbe un ulteriore senso ai nostri sforzi” concludono gli agricoltori. Raccoglie la sfida Stefano Pompozzi, rappresentante della Provincia: “Speriamo che la Regione Marche dia sempre più attenzione alle buone pratiche aggregative. Non si può ragionare solo sul numero di abitanti coinvolti, ma su chi negli accordi, come questo contratto di fiume, porta reali benefici. Chiediamo alla Regione che dia risorse a chi poi le usa al meglio. Come avviene lungo l’Aso”.

@raffaelevitali 

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