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Idrocarburi, ripartono le trivelle in mare: il Consiglio di Stato ha bocciato i ricorsi

trivelle

Secondo i giudici “molte delle censure appaiono generiche, pertanto inammissibili. Ad esempio si osserva l'assenza di deduzioni specifiche sia in relazione alla esatta delimitazione dell'area da prendere in considerazione ai fini della valutazione degli impatti sia in merito alla presenza di aree tutelate".

di Raffaele Vitali

PORTO SANT’ELPIDIO/PEDASO – Si accendano i motori delle trivelle. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) respinge i ricorsi presentati contro il ministero dell'Ambiente e la società Spectrum Geo dalla Regione Abruzzo, di fatto aprendo alle attività di prospezione e ricerca di idrocarburi nel mare Adriatico prospiciente le coste delle regioni Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia.

Il collegio ha così motivato la decisione: “Stante, da un lato, l'infondatezza di alcune censure e, dall'altro, l'inammissibilità di altre, l'appello deve essere respinto". Il Consiglio di Stato, nella sentenza pubblicata il 28 febbraio, spiega che il ricorso era stato proposto dalla Regione Abruzzo nei confronti del ministero dell'Ambiente e della Spectrum Geo Ltd. Le vicende amministrative partono da un'istanza di pronuncia di compatibilità ambientale relativa al Programma dei Lavori collegato al progetto 'Permessi di prospezione d 1 B.P.-SP e d 1 F.P.-SP situati nel mare Adriatico prospiciente le coste delle regioni Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia' presentata dalla Società Spectrum Geo Ltd con il decreto n. 103/2015, emanato dal ministero dell'Ambiente di concerto con il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Il progetto riguardava l'effettuazione di prospezioni geofisiche con acquisizione di linee sismiche a riflessione 2D con singolo passaggio e uso della tecnologia Air gun (ricerca e lprospezione di idrocarburi con la metodica dell'air gun, letteralmente pistola ad aria), per uno sviluppo complessivo di 8.134 km. L'area interessata è al di fuori della fascia di tutela delle 12 miglia.

Secondo i giudici “molte delle censure appaiono generiche, pertanto inammissibili. Ad esempio si osserva l'assenza di deduzioni specifiche sia in relazione alla esatta delimitazione dell'area da prendere in considerazione ai fini della valutazione degli impatti ('immense aree dell'Adriatico' - pag. 30 appello) che in merito alla presenza di aree tutelate ('svariati siti di interesse comunitario, di aree marine protette, di riserve costiere, di Parchi Nazionali' - pag. 30 appello). Tutte le censure che contrastano il contenuto del compendio delle valutazioni discrezionali poste a base del positivo provvedimento definitivo di VIA sono inammissibili. La Regione ricorrente, in buona sostanza, attacca l’opportunità delle scelte, tecniche e amministrative, rimesse all’autorità preposta alla cura di tutti gli interessi pubblici e privati coinvolti, sostituendo alle contestate valutazioni, che non superano mai la soglia dell’abnormità o della manifesta illogicità, le proprie soluzioni (valoristiche, progettuali, istituzionali, economiche)”.

Cinque le regioni italiane interessate dalla sentenza: Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, per un totale di 700km di costa e un'area di circa 30mila km quadrati, una di quasi 14mila da Rimini a Termoli, una di oltre 16mila da Rodi Garganico a Santa Cesarea Terme. Tutto è partito dala Puglia. Poi, a proporre ricorso oltre alla Provincia di Teramo, sono stati i Comuni di Alba Adriatica, Cupra Marittima, Giulianova, Martinsicuro, Pedaso, Pineto, Roseto degli Abruzzi, Silvi e Tortoreto. Le amministrazioni chiedevano la sospensione, previo annullamento, del decreto del ministro dell’Ambiente.

L’ulteriore passaggio della sentenza è ancora più pesante: “Tutte le censure dirette a contestare l'omessa valutazione degli impatti cumulativi delle attività autorizzate sono anche infondate, in considerazione della sufficienza ed idoneità delle prescrizioni imposte dalla Commissione, secondo il principio di massima precauzione. Risulta impossibile, e non corretto, procedere alla valutazione cumulativa degli effetti della fase della prospezione, riguardante la sola acquisizione di dati geofisici della ricerca di idrocarburi, con quelli generati nella successiva fase di coltivazione degli idrocarburi, non attinente quindi con il progetto presentato”.

Immediata la reazione del Movimento 5 Stelle, tra i primi a contestare i processi di trivellazione in fase di autorizzazione: “La nostra è una presa di posizione coerente, testimoniata da atti e voti in Parlamento e in Regione e dall’attività di informazione e sensibilizzazione che abbiamo svolto sui territori, che vogliamo tutelare da questa minaccia. A risentirne sarebbe l'intero tessuto economico delle località interessate, cominciando dal turismo per finire alla pesca. L'Adriatico è il mare che già vanta la più alta presenza di piattaforme petrolifere e, allo stesso tempo, è il mare che fornisce oltre la metà del pescato in Italia. Inoltre occorre urgentemente fermare tutte le richieste non ancora autorizzate di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi non solo per tutelare la pesca ma anche per preservare i nostri gioielli del turismo green: le cosiddette precauzioni adottate dal Ministero dell'Ambiente sanno di beffa per quanto sono ridicole".

Duro il commento anche dei No Triv alla Dire: “Abbiamo una strategia energetica nazionale che in teoria spinge per le rinnovabili e per lo stop dei gas, ma poi non c’è alcun seguito a queste premesse. Ora si procede addirittura con uno dei progetti più impattanti per il nostro Paese. Per chiunque andrà al governo non sarà facile cambiare questa strada. Servirebbe piuttosto una politica dei piccoli passi, fatta di un cambio culturale che già col referendum No-Triv si è visto. I tempi ora sembrano maturi per arrivare ad una visione sistemica che unisca ambiente, economia, cambiamenti climatici e rifugiati ambientali".

@raffaelevitali

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