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Intervista. Da Porto Sant'Elpidio all'Afghanistan. Bernardini, l'infermiere che ha scelto Emergency

berdini infermiere

Giornata degli infermieri a Fermo. Bernardini, non ha avuto paura? “In realtà quando sei dentro l’ospedale sei così impegnato che non realizzi".

di Raffaele Vitali

PORTO SANT’ELPIDIO – Laurea nel 2011, primo contratto in una casa di riposo, poi Forlì, Belluno, Lecco e Ancona. In mezzo, l’Afghanistan nell’ospedale dedicato a Tiziano Terzani. Ecco la vita da laureato in Infermeria ea Fermo del trentenne Fabio Bernardini.

Da Porto Sant’Elpidio a Lashkar-gah, capoluogo della provincia meridionale dell’Afghanistan, una delle zone pericolose. Cosa l’ha spinta a scegliere di lavorare per Emergency?

“Non sono io che ho scelto loro, ma loro che mi hanno preso. Ho mandato la disponibilità. Emergency ha valutato il curriculum e poi dopo un colloquio psico attitudinale e aver visto che sapevo parare inglese, mi hanno accettato”.

SI aspettava l’Afghanistan?

“C’era questa opzione. Una missione importante perché l’ospedale è di una delle zone più complesse de Paese, dove la guerra è ancora viva. E infatti in sei mesi non sono mai uscito dalla struttura. È vietato”.

Non ha avuto paura?

“In realtà quando sei dentro l’ospedale sei così impegnato che non realizzi. Certo, fa effetto perché i pazienti che arrivano sono quasi tutti feriti da arma da fuoco o da mine. Perché fuori era un susseguirsi di bombardamenti e attentati”.

Ma non sono state messe al bando le mine anti uomo?

“Il problema è che in quella zona sud dell’Afghanistan è concentrato l’80 per cento della coltivazione di oppio. I trafficanti hanno riempito i campi di mine per evitare che venissero distrutti. Il problema p che chi scappa dalla guerra non fa le strade e cerca di passare in mezzo alle piante e così salta in aria. Tanti sono i pazienti che arrivano senza una gamba o un braccio”.

Quale era il suo compito?

“Non la gestione del paziente, ma il lavorare nell’organizzazione dell’ospedale e nella formazione del personale locale. Nella struttura di Emergency lavorano 300 persone afghane e una decina di medici e infermieri internazionali. Io mi occupavo dell’area chirurgica e del pronto soccorso”.

Difficile relazionarsi?

“Non hanno una scuola per infermieri, quindi il nostro ruolo è importante. C’è un accordo con il governo afghano. Chi lavora per tre anni nell’ospedale di Emergency riceve un attestato che gli permetterà di lavorare in ogni struttura”.

Chi curate?

“I volontari di Emergency sono lì dal 2013. Ora sono stati ristretti i criteri di accoglienza. Priorità alle persone con ferite di guerra, proiettili, schegge o mine, a meno che non abbiano meno di 14 anni per cui non ci sono limitazioni”.

Sono tanti i pazienti?

“Facciamo 10.15 ricoveri al giorno. E sono tra i 30 e i 50 i feriti che arrivano senza sosta. Questo aumenta la difficoltà della formazione, che deve essere puntuale, altrimenti si rischia lo stallo del sistema di emergenza”.

Cosa le ha lasciato questa esperienza da poco conclusa?

“Un grande affetto verso gli infermieri che ho formato e gli altri componenti della missione. È stata una esperienza molto formante. Oggi pensare di vivere con dei colleghi ad Ancona mi sembrerebbe incredibile, lì era normale e la squadra rendeva tutto superabile”.

Pensa di ripartire ancora?

“Ho avuto una proposta per un ospedale che dopo anni viene riattivato a Mosul, in Iraq. Ci sto pensando. Le ultime settimane sono state pesanti. Quando per sei mesi stai in un posto, al chiuso, non è semplice abituarsi. Per questo siamo sotto controllo psicologico”.

Ma gli afghani cosa pensano dell’ospedale di Emergency?

“Trovano cure di alta qualità. Lo sanno. Lo standard è europeo, mentre nelle realtà sanitarie locali la cucina è un po’ empirica”.

E ora?

“Lavoro ad Ancona, nell’area chirurgica d’urgenza. Una grande palestra” conclude Berdini, tra i protagonisti della giornata ‘To be nurses in Europe’ organizzata a villa Nazareth in cui hanno raccontato la loro esperienza Mirko Temperini, Valentina Ciccola, Alessandro Ferrara, Simone Montani, Elena Nevischi, Giulia Strappa, Jonatan Vitangeli. Tutti coordinati da Adoriano Santarelli direttore della facoltà di Infermeria dell'Università Politecnica delle Marche.

@raffaelevitali 

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