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Intervista. Gessica Notaro e la sua lotta contro la violenza e per l'educazione dei giovani VIDEO

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Ospite del Carlo Urbani, si è confronttata coni ragazzi: Magari non ci pensano che la violenza nasce spesso in famiglia. Quando inizio a parlarne si accende il campanello. ‘Cavolo, ma allora anche la situazione che ho vissuto in casa mia non è normale’ è quello che vorrei pensassero.

di Raffaele Vitali

PORTO SANT’ELPIDIO – Gessica Notaro porta la sua bellezza, la sua voglia di vivere, il suo messaggio di contrasto alla violenza sulle donne. Per farlo entra nelle scuole, ogni giorno. E ha scelto Porto Sant’Elpidio e l’Iiss Carlo Urbani per lanciare il suo messaggio di resilienza e rivalsa.

Notaro, lei è nella regione che ha una delle più alte percentuali di denunce sulle donne?

“Impressione positiva, più preoccupante il dato opposto. Le cose succedono. Il problema è quando restano nascoste”.

Perché il confronto con i ragazzi?

“Sono in una età in cui costruiscono i rapporti sentimentali, valutano i rapporti tra i genitori. In genere porto la testimonianza nelle scuole medie, anche alle elementari. I ragazzi sono molto smart e veloci e fanno domande interessanti. La testimonianza riportata è la più divertente. Le loro domande spesso mi fanno riflettere”.

Cosa chiedono i ragazzi?

“Un bambino delle elementari mi ha chiesto: riuscirai mai a perdonarlo? La voce dell’innocenza e mi ha spiazzato. Forse servirebbe a me per vivere meglio, ma fino a quando questa persona non chiede scusa e non ammette quanto fatto non posso perdonarlo. Lui ancora nega quanto fatto”.

Hanno i ragazzi la percezione che la violenza spesso nasce in famiglia?

“Magari non ci pensano, incontro utile. Quando inizio a parlarne si accende il campanello. ‘Cavolo, ma allora anche la situazione che ho vissuto in casa mia non è normale’ è quello che vorrei pensassero”.

Lei ha vissuto l’estremo, o quasi visto che molte donne la vita la perdono. Cosa è la violenza sulle donne?

“Purtroppo lo stesso carnefice non si immaginerebbe mai di arrivare a quel punto. È una escalation, come la tossicodipendenza. Si parte dallo spinello e si arriva a cocaina ed eroina. Quando la persona inizia ad avere atteggiamenti sbagliati nei confronti non immaginerebbe di poterci uccidere, di aggredirci. Un crescendo. E purtroppo siamo noi con i nostri atteggiamenti a rinforzare la condotta sbagliata”.

In che senso?

“Rimaniamo vittime di una manipolazione e quindi andiamo a rinforzare positivamente gli atteggiamenti sbagliati. Anche solo il fatto di non abituarli al no è un problema. Perché poi torniamo indietro. L’uomo deve capire da subito che il no è un no, non c’è il ni. E il problema molte volte è che l’uomo non sa accettarlo. Poi un giorno si svegliano e non se ne fanno una ragione”.

Problema culturale di uomo e donna?

“Forse, poi non c’entra nulla la cultura. Certo, c’è l’educazione che la madre dà al maschio, ma non basta come motivo. Nel mio caso il mio ex era stato abbandonato da piccolo e non ricevendo affetto e amore nei primi 5 anni di età, si creano danni irreparabili”.

La dona spesso dice sì perché è sola, a chi si può rivolgere per imparare a dire no.

“Servono le persone giuste. Ma quando sei vittima di manipolazione, respingi tutti quelli che ti stanno intorno e vogliono aiutarti. E poi la gente commenta ‘sta stupida’ e ti abbandonano. Il punto chiave è non giudicare e stare vicino alle donne”.

La violenza nasce in un contesto d’amore?

“Sempre, che poi finisce. Quando siamo decise e arriviamo a un no definitivo, non torniamo indietro. i femminicidi avvengono perché una donna si sveglia e non torna più indietro. Perché finalmente si sveglia e capisce e mette al primo posto la felicità. Lì inizia lo stalking”.

Manca qualcosa a livello normativo?

“L’omicidio di identità potrebbe essere una idea. Ad esempio non ammettere il rito abbreviato. Domani ho l’appello in tribunale e so che ci sarà il rischio che gli scalino degli anni dai 10 per lesioni e 8 per lo stalking”.

La pena certa aiuta?

“Lo saprò dopodomani”.

All’inizio del rapporto, come si trovava con il suo compagno?

“Non era possessivo con me, lo è diventato dopo che ci siamo lasciati. Quello che doveva allarmarmi era la mancanza sulle piccole cose. Un uomo che mi metteva sempre in discussione, che non apprezzava quanto fatto”.

Consiglio alle donne?

“Non accade solo alle donne belle, spesso alle donne che hanno una carriera. Visto che abbiamo a che fare con un uomo narcisista, di due tipi. Il primo è in carriera, ha potere e magari indossa anche una divisa. E che si comporta in un certo modo per avere sotto il controllo. Poi c’è il complessato, quello che vive nell’inferiorità e mira a schiacciare l’altra persona. Sono questi i più infidi. Sono uomini bravi a darti le una tantum, a tenerti buona, a sembrare loro vittime. E in te entra il dubbio: è questo o l’altro, quello che ho sempre cercato”.

Uso dei social, positivo o dominano gli insulti?

“Più aumenta l’indice di popolarità più aumentano gli haters. Mi conferma che ci sono persone con problemi e questo mi convince a usarli sempre più”

Lei ha scelto di diventare un simbolo, un aiuto anche per lei?

“Assolutamente, do un senso a quello che mi è successo. Posso essere di aiuto. Ho perso la faccia ma ne salvo altre 200mila” conclude sorridendo prima di iniziare a rispondere agli alunni dell’Urbani.

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