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Intervista. Marco Tullio Giordana: 'Dondero e Volponi, due artisti da far vivere tra i giovani'

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Impegno civile, cosa significa? Non rassegnarsi all’idea di non contare, di pensare che la propria azione e testimonianza non contino nulla.

 

di Raffaele Vitali

PORTO SAN GIORGIO – Un grande regista per un grande riconoscimento nel teatro bomboniera di Porto San Giorgio. Marco Tullio Giordana, lei riceve il Premio Mario Dondero per l’impegno civile. Che effetto fa?

“Mario era un caro amico di mio fratello Emanuele e quindi anche mio, oltre che un grande artista. È un onore immenso ricevere questo premio”.

Impegno civile, cosa significa?

“Significa non rassegnarsi all’idea di non contare, di pensare che la propria azione e testimonianza non contino nulla. Poi per me è una parola che non saprei neanche definire. Mi sembra naturale, per chi vive in mezzo agli altri guardarli e osservarli, interloquire e raccontarli. In poche parole: fare parte della cittadinanza”.

Essere considerato un regista impegnato è un peso?

“Non voglio essere considerato ‘impegnato’. Preferirei essere considerato per il lavoro che faccio, se è di qualche interesse o meno”.

Ma lei non ama mandare messaggi?

“Se ho dei messaggi vado alla posta, diceva sempre Hitchcock. Non devono passare per un film. ‘Impegnato’ è una parola antiquata, degli anni ’50 ma ha senso rispolverarla di tanto in tanto quando tutto sembra dire che non è più necessario, che non c’è possibilità di alterare il corso di una storia. Dire no, non è vero che non si può”.

Il suo premio è all’interno del premio letterario Paolo Volponi. Lo conosceva?

“Parliamo di uno dei nostri massimi scrittori. Avevo il mio insegnate di italiano al Liceo che ci impegnò a leggere il Memoriale e il Corporale a 18 anni. Libri straordinari. Nel tempo, mi ha molto colpito quando ho scoperto che era uno degli scrittori preferiti di Gianni Agnelli, che amava la pittura ma non leggeva molto".

Pensando al premio Volponi, alla letteratura civile, come si fa a coinvolgere i giovani?

“Dondero e Volponi vanno veicolati come artisti. In genere, i grandi sono dei chiaroveggenti che ci mostrano prima quello che succederà. Sembra ovvio per uno scrittore, meno per un fotografo. Ma nelle sue immagini Dondero ha realizzato un racconto straordinario, che non va inflitto ai ragazzi come una punizione. Ma va suggerito l’incontro perché qualsiasi forma artistica è uno strumento di conoscenza, che è necessaria, anzi è istintiva, basta dire che ce l’hanno perfino gli animali”.

Giordana, un suo ricordo di Dondero?

“Se penso a Mario Dondero, lo penso a tavola con tanta gente a raccontare qualcosa di molto divertente, colloquiale e pubblica. Un uomo che non mi immagino mai da solo, spesso insieme a persone più giovani di lui che come un incantatore, quando tira fuori la sua macchina fotografica a tradimento o qualcosa che sembra casuale e che poi si rivela un’immagine costruita ed equilibrata. Una persona che rimpiango molto. Anche per questo il premio è davvero un onore per me”.

Lei è arrivato in auto da Roma, insieme con le due anime del Volponi, Angelo Ferracuti e Peppino Buondonno, ma secondo lei le Marche sono davvero una regione così nascosta? O valgono il set di un suo film.

“Sono spesso ospite del festival di Montefiore, organizzato da Giancarlo Basili. Conosco abbastanza bene il territorio, tanto che con mio maglie ci è venuta la voglia di prendere casa qua. Un luogo accogliente, splendido, con una natura ancora incontaminata, anche se con un flusso turistico in crescita. Un posto che mi è familiare. Da qui a diventare materia per un film, non lo so. Sono nato a Milano e non ho mai fatto un film nella mia città, non è la conoscenza, la familiarità il criterio di scelta”.

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