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La verità oltre le sbarre per D'Ercole, 'Chiudere le carceri', e Tarquinio, 'non buonismo, ma buon giornalismo'

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Tarquinio: “La verità oltre le sbarre sta nel fatto che ci sono persone, uomini e donne, e scrivere di loro significa coinvolgere anche i loro familiari all'esterno".

di Raffaele Vitali

ASCOLI PICENO – Cigola il pesante cancello mentre si apre per poi sbattere con il suo suono metallico dietro le spalle pochi secondi dopo. Entrare dentro il carcere di marino del Tronto, uno dei cosiddetti super carceri, è toccante. Lo dicono tutti i giornalisti che, uno dietro l’altro, prendono parte all’incontro sul tema ‘Giornalismo di Pace - La verità oltre le sbarre’ dopo aver percorso il cortile, dove domina un murale, e il lungo e colorato corridoio in cui i libri, c’è anche la biblioteca, diventano il simbolo di evasione.

Ospite d’eccezione è il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Ma è il vescovo di Ascoli Giovanni D'Ercole che arriva per ultimo ma come in una classica parabola della chiesa diventa primo con le sue parole: “Il carcere va abolito, in quanto elemento di una società che va ripensata totalmente. Il carcere funziona solo se la società funziona aiutando i deboli che rischiano altrimenti di caricare su di loro le colpe di tutti”.

È duro il monsignore, soprattutto con i giornalisti: “No agli avvisi di garanzia in pasto ad una stampa affamata di notizie che rovinano le persone. No allo sbattere il mostro in prima pagina, si è innocenti fino al terzo grado di giudizio”. L’obiettivo del corso di formazione era semplice: far vedere l’altra faccia del carcere, quella fatta di persone e non di criminali. La testimonianza di tre detenuti è stata toccante. Chi ha parlato della famiglia, del padre, attraverso un racconto che spera diventi presto un libro; chi del suo entrare e uscire dal carcere, partendo da pochi chilometri di distanza, dal quartiere di Monticelli; chi invece vivendo quasi una doppia vita tra quella dell’ambulante regolare e il lato oscuro. Per tutti e tre pare essere iniziata una nuova vita: “Vedete, il carcere può darti tutto quello che serve: laboratori, corsi, permessi. Ma in realtà quello che serve è la voglia di cambiare, è solo dentro di noi il mezzo per essere persone diverse. Oggi penso di esserlo”. Con il penso declinato al plurale.

Ascolta soddisfatta la direttrice della casa circondariale, Lucia Di Feliciantonio, perché sta investendo tempo e risorse nei percorsi idi recupero che portano anche alla concessione di permessi diurni per andare al lavoro o per far visita alla famiglia. Non manca, anche lei, di bacchettare la stampa rea “di cercar sempre il titolo negativo”. Ma non si può sempre incassare e così la risposta arriva da una giornalista del Carlino che semplicemente riassume il pensiero di tanti: “Direttrice, se lei ci fornisce i contenuti, se lei ci fa sapere che i detenuti realizzano lavori che poi venduti servono per un’adozione a distanza, non si preoccupi che i titoli li avrà lo stesso. Ci aiuti a comunicare, interagisca con noi”.

Ci sono uomini dietro quelle sbarre che prima di tutto sono persone. lo ribadisce Tarquinio, che dalle pagine dell’Avvenire, l’unico quotidiano che entra in 7500 copie nelle carceri italiane, prova a fare una informazione diversa, più sensibile senza mai dimenticare però le notizie. “La verità oltre le sbarre sta nel fatto che ci sono persone, uomini e donne, e scrivere di loro significa coinvolgere anche i loro familiari all'esterno. Nel nostro paese oltre alla certezza della pena, serve anche una certezza delle regole per tutta la società civile”. Sguardo nazionale che cade sul locale quello di Tarquinio: “Fare il giornalista dovrebbe significare guardare le persone faccia a faccia. Non bisogna mai dimenticare che a una verità giudiziaria si abbina la vita delle persone. noi siamo le nostre relazioni, anche se il nostro è un mestiere un po’ cinico non possiamo dimenticarlo. Parlare dentro un carcere non può farci dimenticare che i Italia ancora abbiamo l’ergastolo. In altri Paesi hanno il massimo di pena, ad esempio 22 anni, magari ripetibile. Ma c’è un obiettivo di fine che spinge il detenuto a cercare di cambiare”.

Tanti temi che si intrecciano nell’incontro supportato dall’Ordine dei giornalisti delle Marche e promosso dal giornale cattolico Ancora e da don Giampiero Cinelli, il parroco che fa riflettere le persone oltre che le anime dei fedeli che entrano nell’immensa parrocchia di Monticelli. All'incontro hanno preso parte anche Andrea Domaschio, InBlu Radio, e il giornalista Francesco Zanotti del Corriere Cesenate. “Troppo spesso quando leggiamo i giornali troviamo allusione, noi vorremmo invece leggere la verità. Questo vi chiediamo per farci sentire parte a tutti gli effetti della vita fuori da queste mura da cui ognuno di noi vuole uscire seguendo i percorsi che abbiamo a disposizione” concludono i tre detenuti simbolo di una giustizia che può funzionare ma che ha tanto da migliorare: “in tropi muoiono per colpa di una giustizia lenta, per i tempi così dilatati che se anche dovessero uscire dal carcere le persone sono già morte e soprattutto restano condannate. Il carcere è un elemento possibile solo in un mondo in cui giustizia e società sono realtà che funzionano. Non è il nostro caso, per cui – chiosa monsignor D’ercole – chiudiamolo e ripensiamo la giustizia”.

E magari miglioriamo la comunicazione: “Non dimentichiamo che nell’era della disintermediazione, in cui in tanti pensato che il giornalista non serva, come non conti la deontologia, noi dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, altrimenti diventiamo corresponsabili di chi vende la paura. Non possiamo essere le cartucciere e non possiamo essere buonisti, ma dobbiamo essere buoni giornalisti” conclude Tarquinio.

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