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Il teatro visto da Gianluca Marinangeli. Passione, sorriso e un'idea precisa: "Sono uno strumento dello spettacolo"

marinangeli attore

L'attore: debutta con il monologo 'L'uomo del coniglio': “La passione ci salverà, quindi non temo qualcuno che mi stronca. L’importante è essere fiero e contento. Per riuscirci bisogna creare sinergie, ragionare su progetti sempre più grandi e lavorare con figure che come me hanno la passione”.

di Raffaele Vitali

FERMO – Ultimi ritocchi alla scenografia, l’ascolto dei consigli di chi da giorni lavora con lui alla definizione dei dettagli e tra qualche ora “L’uomo del coniglio’, ovvero Gianluca Marinangeli, sarà l’unico a calpestare il palco del teatro di Capodarco.

Marinangeli, più emozionato per la prima del suo nuovo monologo o perché il suo volto troneggia su tutti i pullman nella nuova campagna pubblicitaria dell’azienda Steca?

“Per la prima dello spettacolo. Anche se quando mi vedo sui pullman e vado avanti, mi rendo conto che nella vita mi sono superato”.

Se lo aspettava di essere scelto per la campagna pubblicitaria?

“Un attore si aspetta sempre tutto. Mi ha fatto piacere, visto che è stato scelto un personaggio fumettistico, mi sono dovuto mettere anche la parrucca”.

Quale la sua caratteristica di attore?

“A me piace dire le cose serie divertendo. Il mio è un canale di comunicazione in cui si utilizza la leggerezza pur nel momento serio. Non amo il troppo ridicolo e così il troppo serio. Poter dire cose intelligenti in maniera autoironica è un obiettivo”.

Il messaggio arriva meglio?

“Ne sono convinto. Per me c’è una predisposizione, poi ho dovuto studiare per migliorarla. Non vivo mai di rendita, cerco di migliorarmi e studiare, di confrontarmi con i professionisti”.

Studiare dove?

“Due anni a Occhiobello, in provincia di Rovigo, con cui ho iniziato la mia storia teatrale tra il 2008 e il 2010. E da quell’anno non mi sono più fermato partecipando a workshop. L’ultimo sulla recitazione cinematografica con Edoardo Leo. Mi rivolgo e confronto con chi fa bene questo lavoro. È un modo per provare me stesso. Quando Leo ti dice ‘hai lavorato bene, ‘sei un comico nato’ ti fa capire che la direzione è giusta”.

E se arrivassero le critiche?

“La passione ci salverà, quindi non temo qualcuno che mi stronca. L’importante è essere fiero e contento. Per riuscirci bisogna creare sinergie, ragionare su progetti sempre più grandi e lavorare con figure che come me hanno la passione”.

Come si articola la vita sul palco con la vita normale?

“Non faccio l’attore per vivere, al momento. Recitare per me è una esigenza. Dopo una malattia ho deciso di dedicarmi a cose che mi fanno stare bene. È diventata una terapia più che una professione. Ma cerco di farlo in maniera professionale anche se non è una professione. E non è un gioco di parole”.

Tra Macchini e Montanini, i volti noti del fermano, come si inserisce Marinangeli?

“Mi impongo come attore. Chi mi vuole venire a vedere, troverà sempre uno scambio. Non mi pongo il problema del futuro. Festeggio il mio compleanno con questa due giorni dedicata all’Umo del coniglio. È un regalo che faccio a me stesso e la risposta della gente è il teatro pieno”.

Tournée?

“Farò un video dello spettacolo, lo presenterò ad altri teatri e so già che verranno a vedermi persone che detengono la direzione artistica di altri palcoscenici. Io mi pongo a strumento dello spettacolo”.

E allora parliamo dello spettacolo?

“un testo sudamericano, viene dall'Uruguay e lo tengo nel cassetto da tre anni. Non mi ero mai sentito pronto per farlo. Tratto temi quali l’ottimismo e la depressione, il suicidio e l’allegria. ‘Abbiamo diritto all’allegria’ è una delle frasi che usa più volte il protagonista sul palco, che per oltre un’ora parla con una sedia vuota”.

Con quale spirito si alzerà il pubblico a fine spettacolo?

“Ci saranno momenti di risata e commozione e il pubblico andrà via con punti interrogativi”.

Con chi si esercita, con chi prova?

“Da solo, con il contributo di una attrice, Mary Napoleoni, che ha seguito alcune mie prove e mi ha dato dei contributi. Altrimenti sono io, anche regista, che ci lavoro da quattro mesi, ripentendo e parlando come se fossi ‘Catalino’, il protagonista. Ho scelto di non studiare tecnicamente ciò che voglio fare, voglio che Catalino mi parli i base al testo. Per cui in queste settimane ho cambiato spesso versione e regia, modificando con il mio stato d’animo quello che stavo dicendo”.

Dovesse definirsi, preferirebbe comico, tragicomico o cosa?

“Da sempre c’è una maschera della commedia e una maschera del dramma. Come faccio a dire chi sono? Il teatro comprende entrambi, non ci si può definire con una parte sola, sarei un mezzo attore. Del resto, siamo tutti attori nella vita, in questo enorme teatrino”.

Lei si muove tra Famo Cose, Lagrù e...chi altro nella sua vita di attore?

“Con Famo Cose tengo anche dei corsi (ripartono il 7 marzo), con Lagrù è un rapporto che mi lega da anni a un gruppo di amici, due di loro, Figri e Pompei, sono gli scenografi del monologo. Poi ci sono io: un attore per passione che vuole essere lo strumento del personaggio”.

Ma Marinangeli ce li ha dei modelli?

“Se la devo sparare grossa, mi ispiro alla anticlimax di Woody Allen, poi ci sono due attori che ammiro come Giallini e Favino”.

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