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Mister Dustin Hoffman, 80 anni di cinema e Oscar con le Marche nel cuore

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Un futuro che poteva sembrare mediocre e che invece trova la svolta: Mike Nichols cerca il protagonista per «Il laureato», Hoffman lo viene a sapere dal vicino di casa Mel Brooks che ha per moglie Ann Bancroft, icona di quel film. “Era un ruolo perfetto per Robert Redford, hanno avuto un gran coraggio a fidarsi di me e da quel momento, come nelle fiabe, tutto è cambiato”.

ASCOLI PICENO – Cinquant’anni di carriera, ottantaquattro film e ora 80 anni. Mister Dustin Hoffman compie gli anni. Oggi sarebbe il simbolo dello ius soli: nato a Los Angeles l'8 agosto 1937 da una famiglia di origine ebraico-rumena di cui scoprì solo a 18 anni la dolorosa storia con la fuga dai pogrom antisemiti del bolscevismo. Figlio unico, l’uoom che l’Italia imparò ad amare in Alfredo Alfredo girato ad Ascoli piceno una volta superato il primo vero provino non si è più fermato.

Ci ha creduto Hoffman nel suo destino, ce l’aveva nel sangue l’are grazie alla mamma, pianista jazz,e  al padre scenografo alla Columbia. Se il destino si diverte a disegnare il futuro con piccoli segni premonitori, ecco che Dustin deve il suo nome a una passione cinematografica dei genitori: il dimenticato divo del muto Dustin Farnum. Così, dopo stentati e poi abbandonati studi di medicina, il piccolo, in tutti i sensi, Dustin, dal naso grosso e con un istrionismo innato, lascia Los Angeles e cerca fortuna a New York.

Mille mestieri per l’ebreo che ammetterà “di avere vissuto sotto la soglia di povertà fino ai 31 anni”, prima di entrare nel mitico Actor's Studio. Si esibisce in teatro, all'Off Broadway, raccatta particine in tv per tutti gli anni '60, dorme sul pavimento della cucina del collega Gene Hackman, divide l'affitto con lui e con Robert Duvall che a sua volta sogna il palcoscenico.

Un futuro che poteva sembrare mediocre e che invece trova la svolta: Mike Nichols cerca il protagonista per «Il laureato», Hoffman lo viene a sapere dal vicino di casa Mel Brooks che ha per moglie Ann Bancroft, icona di quel film. “Era un ruolo perfetto per Robert Redford, hanno avuto un gran coraggio a fidarsi di me e da quel momento, come nelle fiabe, tutto è cambiato”. È il 1967, il film fa candidare il protagonista all'Oscar e al Golden Globe, la colonna sonora fa il giro del mondo, pubblico e critica applaudono insieme. Da allora sono giusto 50 anni di carriera che coincidono con 84 film, due Oscar, una regia e una tale varietà di ruoli da farne davvero quell'attore completo e celebrato che raccoglieva l'eredità istrionica di Jack Lemmon e rivaleggerà in un duello di «piccoletti» con Al Pacino per tutta la vita.

L’apoteosi la raggiunse con il ruolo di Raymond, il fratello affetto da autismo di Tom Cruise in «Rain Man» per il quale ebbe la seconda statuetta nel 1989, dieci anni dopo la vittoria con «Kramer contro Kramer». È stato (insieme a Robin Williams e allo stesso Lemmon) la più convincente donna della commedia americana grazie al trionfale «Tootsie» di Sydney Pollack (1982); ha vestito i panni di Capitan Uncino nella fiaba rivisitata da Steven Spielberg («Hook», 1991); ha dato vita a memorabili duetti di bravura: da «Il maratoneta» con Laurence Olivier a «La giuria» con Gene Hackman, da «Tutti gli uomini del presidente» con Robert Redford fino all'irresistibile «Wag the Dog» con Robert De Niro che suscitò la preoccupata curiosità di Bill Clinton (anticipava il caso Monica Lewinsky) che segnò la punta più alta della felice collaborazione tra Hoffman e il regista Barry Levinson.

In una carriera così lunga, un posto speciale lo hanno avuto le Marche. Nel 1972 venne chiamato da Pietro Germi per recitare in «Alfredo Alfredo» con Stefania Sandrelli. nella cornice ci piazza del Popolo e del Meletti “Un film che porto nel mio cuore”. Fu l’inizio di un grande amore culminato con lo spot pubblicitario della Regione Marche e la cittadinanza onoraria di Ascoli Piceno. Un talento cristallino, frutto di un perfezionismo che lo ha reso antipatico a molti registi. Può essere tutto e il suo contrario, con una segreta predilezione per la commedia («il genere più difficile, per questo mi esalta») e una segreta vena di malinconia che si fonde con una nostalgia adolescenziale.

r.vit.

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