06232018Sab
Last updateVen, 22 Giu 2018 4pm

facebook gplus 32 twitter  RSS icon

VTEM Banners

Eventi

Il mondo di Cartier-Bresson in 140 scatti: l'imperdibile mostra curata da Curti

saint Lazare

Alla mole Vanvitelliana fino al 17 giugno. "C'è un po' tutta la sua vita, la mostra si chiama così "Henri Cartier-Bresson. Fotografo" proprio perché raccoglie tutta la sua esperienza”.

di Chiara Fermani

Dall'8 marzo al 17 giugno Ancona è la capitale della fotografia: la Mole Vanvitelliana ospita la grande mostra "Henri Cartier-Bresson. Fotografo". Dopo il primo appuntamento dello scorso anno, dedicato ad un altro grande maestro della fotografia contemporanea, Steve McCurry, la Mole fa il bis con un evento che si preannuncia tra i più prestigiosi dell'offerta culturale marchigiana di questa stagione.

La mostra, promossa dal Comune di Ancona ed organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi, è un vero e proprio viaggio nella vastissima produzione di Cartier-Bresson,140 scatti che hanno reso immortale lo spirito del '900. A raccontarcela è proprio il suo curatore, Denis Curti, direttore del mensile "Il Fotografo" e direttore artistico della Casa dei tre Oci di Venezia e del Festival della Fotografia di Capri.

Un'opera vastissima quella di Cartier-Bresson, gli scatti che vedremo alla mostra seguono un ordine tematico o cronologico?

“In realtà questa mostra racconta la carriera di un fotografo, anzi direi del fotografo del secolo, parte dalle primissime fotografie degli anni '30, con lo scatto emblema di quel periodo, quello alla stazione Saint Lazare di Parigi, nel 1932, fino agli scatti più recenti degli anni '70, con un'intera sezione dedicata all'Italia, alcune di queste foto sono poi diventate delle grandi icone. C'è un po' tutta la sua vita, la mostra si chiama così "Henri Cartier-Bresson. Fotografo" proprio perché raccoglie tutta la sua esperienza”.

Capita spesso di sentir parlare di Cartier-Bresson come un "classicone" della fotografia, nel senso più ampio del termine, quando in realtà è stato un grande innovatore, come si può ribaltare questa percezione?

“Noi crediamo che questo autore abbia ancora molto da dire, nel senso che è un autore che non si smette mai di studiare e che ancora oggi, non a caso era soprannominato l'occhio del secolo, ha da raccontare degli aspetti della società, ma soprattutto degli aspetti che sono fortemente legati alla visione. Ha teorizzato "il momento decisivo" che è un approccio che ha influenzato e continua ad influenzare generazioni di fotografi, nel 1946 ha avuto l'idea di fondare un'agenzia come Magnum, che ancora oggi traina l'idea della visione fotografica, ma soprattutto si è inventato il concetto di copyright della fotografia, che prima non esisteva. Quindi di fronte ad una persona che ha dato un contributo di questo tipo, oltre ad immagini che hanno raccontato in modo esemplare tutto il '900, io credo che bisogna prestare attenzione e rispetto. Oggi è un po' una moda quella di voler apparire innovativi, freschi e prendere le distanze dalla grande fotografia di tradizione Magnum per guardare solo Instagram e chi guarda con fare dubbioso la storia mi lascia sempre un po' perplesso”.

A proposito di Instagram, secondo lei ha contribuito a rendere la grande fotografia fruibile, avvicinabile da tutti o l'ha al contrario un po' "uccisa"?

“No anzi, oggi la fotografia sta vivendo una sorta di rinascimento perché ritrova le sue occasioni di riscatto e di entusiasmo e il fatto che sia così frequentata sul digitale e sui social ha permesso un ritorno di interesse verso la grande fotografia, la gente legge di più, va alle mostre e sicuramente parte di questo pubblico arriva proprio dal mondo dei social”.

Tre aggettivi che secondo lei contraddistinguono l'opera di Cartier-Bresson.

“Spontaneità. Perché cercava delle situazioni che non avevano bisogno di essere costruite. Sintesi, perché ogni sua immagine riesce a raccogliere degli elementi narrativi fortemente sintetici e poi era un esteta, perché riusciva a vedere dentro al piccolo mirino di una Leica delle composizioni che solo con gli occhi noi non riusciremo mai a vedere”.

Questa è una mostra che ha già toccato molte città italiane, quali sono le difficoltà che si possono incontrare nell'adattare una mostra a luoghi e spazi sempre diversi?

“Questa è l'ultima tappa della mostra che è stata già in cinque città italiane e ora ha bisogno di essere richiusa e depositata al buio per un po', perché sono tutte stampe argentiche che non devono prendere molta luce. Per quanto riguarda i luoghi che la ospitano, come anche la Mole, oltre ad avere un fascino tutto suo, devono consentirci di garantire la massima sicurezza nei confronti delle fotografie. Ma le assicuro che sono state cinque mostre molto diverse, perché con 140 scatti a disposizione, il percorso cambia ogni volta e la storia anche”.

Esiste secondo lei un erede italiano di Cartier-Bresson?

“Ne esistono parecchi, io penso a Gianni Berengo Gardin, a Ferdinando Scianna, a quei fotografi italiani che oggi sono in Magnum, come Paolo Pellegrin, come Alex Majoli, ma la fotografia è anche molto cambiata quindi non ha più senso andare a cercare un clone. Oggi il fotografo ha delle necessità completamente diverse. Forse un Bresson non ci serve neanche più”.

redazione@laprovinciadifermo.com

VTEM Banners
VTEM Banners
VTEM Banners

Crolla il tetto su una classe dell'Iti Montani: vigili del fuoco in azione

Bookmakers bonuses with www gbetting.co.uk site.