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Intervista doppia. 'Gli spaesati' del terremoto raccontati da Marrozzini e Ferracuti

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Appuntamento dunque alla Libreria Ferlinghetti (Cortile Gigliucci - Fermo) sabato 1° settembre alle 19 per farsi guidare dai due autori nella storia che non hanno soltanto raccontato, ma soprattutto vissuto.

di Cristina Donati

"Gli spaesati", dalla collaborazione di Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini prende vita il nuovo libro che sarà presentato sabato 1° settembre nel Cortile Gigliucci di Fermo

Due .modalità espressive molto differenti che insieme sono in grado di raccontare le storie di chi ha vissuto la tragedia del terremoto che due anni fa ha colpito l'Appennino centrale, due modi di narrare che diventano complementari con l'indubbio valore aggiunto di raggiungere uno stile molto composto, che va oltre ogni sensazionalismo e che regala al lettore la sensazione di star davvero "parlando" con i protagonisti, tutte le persone che, restate nei paesi colpiti o trasferitesi sulla costa, sono appunto "spaesate". Ed in questo il titolo del libro sottolinea una doppia valenza: se da una parte lo spaesato è chi prova una sensazione di smarrimento rispetto alla perdita di quanto di importante avesse, dall'altra con lo stesso termine si può descrivere chi è "senza paese". Così lo raccontano gli autori:

Come è nata la vostra collaborazione e in che modo arricchisce reciprocamente il vostro lavoro?

Angelo: "Con Giovanni tutto è cominciato in Amazzonia, dove stiamo lavorando a "Selva oscura", un reportage antropologico sullo stato della foresta. Lavoro molto bene con lui, anche divertendomi parecchio, c'è molta empatia pur nei nostri nostri differenti sguardi, e poi siamo amici. Credo che il lavoro insieme riesca ad arricchirsi proprio da questo ibrido che nasce da linguaggi e istanze diverse, più realisticamente reportistico io, più visionario del reale lui, insieme alla passione che entrambi ci mettiamo. Ci unisce anche una severità e un rigore nel lavoro che facciamo, e l'idea di continuare quel rapporto tra letteratura e fotografia che nasce proprio qui con Luigi Crocenzi e la scuola fermana, una eredità che credo abbia suggestionato sempre molto entrambi".

Giovanni: "Ci ha accomunato innanzitutto la passione per il racconto, la letteratura, a cui si sono aggiunte le affinità tematiche. La scrittura di Angelo e la mia fotografia sono due diverse modalità espressive, unite al piacere di lavorare insieme, che diventano complementari e si accrescono reciprocamente".

In due anni tanto si è scritto sul terremoto che ha cambiato forse irreversibilmente tanti paesi dell'Appennino centrale. Cosa può aspettarsi "in più" da "Gli spaesati" un lettore?

Angelo: "Sì è scritto persino troppo, c'è stato un vero e proprio accanimento narrativo, uno shock mediatico, per questo motivo in un primo momento non volevo andarci nei luoghi del terremoto. Poi prima il Manifesto, dopo il Corriere della Sera, giornali per i quali collaboro, mi hanno chiesto dei reportage, e più avanti lo Spi CGIL questo libro, così ho coinvolto anche Giovanni Marrozzini e abbiamo cominciato da una parte per senso di responsabilità e passione civile, dall'altra per una sfida di tipo estetico, chiedendoci: come si può raccontare un evento così tragico? Se è possibile. Da parte mia ho scritto per scelta un reportage classico, raccontando quello che ho visto, con una lingua francescana, spogliata di ogni orpello ed eccesso, abbassata ai minimi termini, essenziale, umanissima. Come ha scritto pochi giorni fa Andrea Bajani su Repubblica: "In questo libro prezioso perché insieme poetico e civile, ci sono onestà e mitezza insieme, che restituiscono gli occhi a chi ha rinunciato a guardare perché accecato dalla morbosità". Ecco, credo che in più o di diverso c'è questo, una taratura di sguardo che vuole essere umana e non voyeuristica". 

Avete viaggiato tra le persone che hanno deciso di restare e quelle che sono invece ospitate in strutture della costa, passando per l’Istituto nazionale di geofisica di Roma. C'è una storia che più di tutte vi è rimasta nel cuore e vi ha colpito?

Angelo: "Cerco di costruire un racconto empatico insieme agli altri, mi metto al servizio degli altri raccogliendo storie, ma soprattutto cercando di entrare nel loro vissuto. Molte mi hanno colpito, come quella dell'eremita polacco di Campi, la piccola comunità di Spelonga, la pastora di Campotosto, ma una in particolare mi ha commosso di più, quella di una donna anziana che a Norcia dopo 50 anni ha ritrovato l'amore della sua vita. Perché lo spaesamento, il big bang distruttivo, hanno creato anche storie di grandissima umanità come questa".

Giovanni: "Sono tantissime le storie che mi hanno colpito, comprese quelle che non ho fotografato. E' rimasto impresso nella mia memoria un signore che viveva da solo in una roulotte… dall'ordine estremo, simbolico della ricerca di stabilità di fronte a tutto, di forza e di tenacia, perchè se da una parte quando accadono avvenimenti spiacevoli si può fare riferimento al destino, quando si tratta di reagire, ripartire, ricostruire, il destino non serve più e sono altri i presupposti per ricominciare". 

Ed ora una domanda diversa per voi. Ad Angelo chiedo Quanto è stato importante il tuo legame con il territorio per descrivere tante storie così delicate e documentare vite che scorrono spesso di fronte all'impotenza e alla delusione per il mancato aiuto istituzionale? 

"Alcuni di quelli raccontati sono i luoghi della mia educazione sentimentale, a Montegallo facevo le vacanze ogni anno, a Castelluccio andavo con le fidanzate perché in un posto così magico tutto diventava più bello, l'amore più forte, sono luoghi bellissimi che ho raccontato molto anche in altri libri. Quindi la mia partecipazione emotiva è stata molto forte. Solo mi sono limitato a raccontare la meccanica sociale e l'intreccio tra paesaggio ferito e condizione umana, qui e ora, avessi affrontato le questioni legate alla ricostruzione, alle macerie, ai ritardi, che pure ci sono stati e alcuni dei narratori lamentano, avrei scritto un altro libro che non mi interessava scrivere. Forse l'unico personaggio che manca nel libro e nel Cratere è la Politica, quella concepita in senso alto, civile, democratico, partecipativo, questo sì".

Mentre da Giovanni vorrei un brevissimo riassunto delle sensazioni che ha tratto da questo lungo viaggio: "Moltissime, a partire dalla dignità e dalla forza di chi ha affrontato questo evento, alla stoicità dei vigili del fuoco, talmente instancabili da rendere il loro lavoro più una missione, ai paesaggi cambiati in maniera irreversibile. Viene quasi voglia di chiedere scusa ai paesi, le piccole vie, i negozi storici, certi palazzi, tutti luoghi che non ho mai guardato con l’ attenzione che meritavano e che ora non saranno più gli stessi, non ci sono più. La ferita che resta è un vuoto e non una cicatrice".

Appuntamento dunque alla Libreria Ferlinghetti (Cortile Gigliucci - Fermo) sabato 1° settembre alle 19 per farsi guidare dai due autori nella storia che non hanno soltanto raccontato, ma soprattutto vissuto.

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