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Gli scatti di Marrozzini raccontati dall’amico fotografo Sergio Tranquilli

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animamundi

Anima mundi, in mostra ad Altidona le foto di Giovanni Marrozzini.

FERMO - Paraguay e Camerun, raccontati attraverso gli occhi del fotografo che in molti conoscono per #parolamia, progetto di baratto tra racconti di viaggio fatti di foto con libri. Inaugurazione alla Galleria Sotto l'Arci domenica alle 17.30, con gli interventi di Angelo Ferracuti e Pacifico D'Ercoli per una mostra che resterà aperta fino al 2 dicembre (infrasettimanali dalle 17 alle 20, chiuso il lunedì - sabato e domenica anche dalle 17 alle 20 e apertura straordinaria venerdì 8 dicembre dalle 17 alle 20). A raccontarcela Sergio Tranquilli, insegnante, fotografo ma soprattutto amico di Giovanni, il fotografo giramondo. (Cristina Donati)

“Tu” parti spesso e poi ritorni con le valigie piene di tante storie. Una volta, ricordo... Dall'Africa all'Argentina, dall'Islanda alla Grecia, dall'Albania alla Palestina, da Fermo ad un orizzonte nuovo. Se tendo l'orecchio sento mescolati il battito di un tamburo e parole da saga, la terra rossa andina e il mare che fu di Ulisse, la coda di una balena e l'attesa di un uomo sull'uscio di casa, gli alti cieli della Patagonia e dell'Islanda.... Forse un viaggio, di paese in paese, all'interno di un mondo segmentato, hotel, pensioni, bar che sembrano tanti “castelli di atlante” dove personaggi perduti tornano per ritrovare un senso, alla fine. La traccia dei percorsi disegna la carta di una "erranza" piuttosto che un percorso ordinato: a guardarla da una certa distanza dà luogo a una danza. Una danza sopra la propria ombra con la quale, forse presto, quella traccia si confonderà, una danza a partire dalla consapevolezza della morte. Una danza che trasforma un orizzonte vuoto in uno spazio intenso.

Il mondo si intreccia al discorso fotografico e tutto può diventare racconto e le variazioni mi fanno pensare a un intreccio di storie di cui è fatta la memoria stessa, una materia fluente di discese e risalite, apparizioni e respirazioni. Nei segni elementari colti si cela un alfabeto esposto alla fiamma, all'energia e alla luce di una segreta capacità di invenzione. Dare un'immagine è come dare una parola. Può dirla più lunga e raccontarla più giusta, ma, come l'enunciato verbale, quello visivo non è soltanto dichiarativo e può costituire un impegno efficace. Un linguaggio articolato per trasferimenti di forze, da corpo a corpo, per far emergere un nuovo senso, per indicare un altro destino.

Ogni volta che ci sale alla gola l'asfissia del probabile e plausibile chiederemo a lui altri occhi e altri orecchi. Il capogiro, lo strappo, se le immagini si presentano con la marca del forte impatto emotivo, il montaggio alla fine lascia la sensazione che l'autore abbia braccato, catturato l'immateriale e l'intangibile. Maria Zambrano scrive (e ricordo di aver sentito più volte la storia degli inizi della pratica fotografica in Giovanni (i bordi della vita e della “scrittura” fotografica fluttuano)): "Nei momenti di crisi la vita appare allo scoperto e nel più grande abbandono, fino a causarci imbarazzo. in essi l'uomo prova vergogna perché è nudo e sente il bisogno di coprirsi con qualsiasi cosa. Ci vorrebbe semplicemente un po' di coraggio per guardare poco alla volta tale nudità, per custodire non il sogno, ma piuttosto le sorgenti stesse del sogno, per vedere cosa ci rimane, quando ormai non ci rimane più nulla”.

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