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Altidona. Il mondo in un armadio. L'archivio di Dondero vive con la passione della Fototeca. Ma servono risorse

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Un archivio immenso, che necessita di un immenso lavoro che va ben oltre le forze di Pacifico, Andrea, Fernando e pochi altri, ovvero le anime dell’associazione fotografica Altidona Belvedere che con Mario hanno condiviso gli ultimi anni di vita.

di Raffaele Vitali

 

ALTIDONA – Calma e gesso. Il titolo del film documentario girato da Marco Cruciani su e con Mario Dondero ritorna ogni volta che si parla del grande fotoreporter. Basta entrare dentro la Fototeca di Altidona dove, in una stanza, c’è racchiuso il mondo. Agli occhi di una persona normale potrebbe sembrare un caos, ma in realtà è tutto molto calmo, perché le mani sapienti degli uomini, e giovani volontarie, della Fototeca lo rendono un porto sicuro, fanno del gesso un solido mattone. C’è il mondo fotografato da Dondero nella sua lunghissima carriera un mondo che lui ha lasciato in uso al territorio che lo aveva adottato, facendogli vivere anni sereni con la sua compagna Laura Strappa: “Forse mancano Cina e America, ma c’è la storia che cammina, dalle battaglie irlandesi a questa foto (che Pacifico D’Ercoli estrae a caso) di un agricoltore palestinese”.

Un archivio immenso, che necessita di un immenso lavoro che va ben oltre le forze di Pacifico, Andrea, Fernando e pochi altri, ovvero le anime dell’associazione fotografica Altidona Belvedere che con Mario hanno condiviso gli ultimi anni di vita.

Dentro quella stanza c’è un computer e sul tavolo un bel mucchio di negativi. 2108 si legge sopra un pacchetto. È il numero a cui è arrivato Fernando. Lui li prende, li guarda uno a uno, li classifica. “Solo che sono oltre 12mila” commenta senza sconforto, perché in lui c’è un motore inesauribile: la passione.

M di sola passione non vive l’uomo. Servono risorse, servono spazi. “Abbiamo un progetto con il comune di Altidona, che ci sta liberando il piano terra della palazzina dove realizzeremo una camera oscura. E poi c’è il sogno”. E guarda verso l’alto Pacifico, a quel tetto a volta in legno della sede: “Vorremmo soppalcarlo e mettere tutta una serie di armadi in modo da dare uno spazio degno a ogni fondo che abbiamo. E sono tanti e importanti, penso a Gioventù e Crocenzi, oltre a quello immenso di Mario Dondero”. Un soppalco, sembrerebbe elementare. Ma servono ventimila euro e il Comune, al momento non ce li ha.

Stanno provando ogni strada, dai fondi europei ai progetti del ministero, anche perché dalla Provincia, che ha creato la Fototeca, non arriva più nulla, non ha risorse e la Regione, che della Cultura dovrebbe essere la paladina, per ora neppure risponde alle chiamate degli uomini che nelle loro mani anno un patrimonio che i politici forse non comprendono. Ma basterebbe passare un’ora ad Altidona e forse tutto sarebbe più chiaro. “Stiamo organizzando una mostra su Dondero e le Marche. Forse neppure lui sapeva di quante foto ha scattato”.

Ma oltre alle foto ci sono le diapositive. E qui davvero si entra in un mondo sconosciuto e complesso. Di fronte agli occhi c’è un intero armadio riempito di scatolette. Un mondo tutto da catalogare. Unico aiuto lasciato da Mario è un librone, una specie di breviario con anni e piccoli appunti. “Fino al 1994 si appuntava viaggi e percorsi. Non tutto in realtà combacia, ma è come avere una traccia ben definita” spiegano gli appassionati fotografi.

Le risorse potrebbero anche arrivare da operazioni ‘commerciali’ su alcuni scatti di Mario. “Noi siamo nati senza alcun scopo di lucro. E neppure possiamo fare business”. Caso mai dovrebbero essere i tre figli di Dondero, sparsi per il mondo, a dover dare l’assenso e a pianificare operazioni di questo genere, finalizzate al solo reperimento fondi per far crescere e valorizzare l’archivio.

Laura Strappa, la compagna silenziosa, osserva. Prende in mano uno dei tanti cataloghi di mostre, unica piccola entrata perla fototeca, che vengono organizzate in Italia. Piccole personali, su temi specifici, “ci hanno chiesto le foto dei partigiani”, soprattutto al nord.

L’obiettivo è digitalizzare tutto, creare una banca dati efficiente che renda di facile consultazione il patrimonio ricevuto dal fotoreporter che nei suoi scatti ha i grani della terra, ma soprattutto ha la gente comune. Lui amava passeggiare e scattare, spesso con due macchine al collo, come racconta Pacifico, per essere pronto a immortalare in bianco e nero o a colori. Chissà che penserebbe oggi di fronte ai nuovi cellulari con doppia fotocamera e scatto multiplo lui che invece si fermava secondi interi, magari con il rischio di perdere il suo scopo, per non sbagliare il colpo.

Ogni angolo di parete ricorda un fotografo, perché la Fototeca non è solo Dondero. Ma è come se ci fosse una nazionale italiana di fotografi con la stella. Bisogna farli alzare dalla panchina, servono pareti dove esporre, servono mobili e serve quel soppalco che potrebbe proiettare verso l’alto un lavoro partito dalla terra, dalla strada, dal contatto con le persone, da quel campo con l’agricoltore palestinese che esce fuori da uno dei mucchietti.

Ma senza risorse è difficile. Non hanno mai aperto le porte ai privati, non potrebbero, sono pubblici. E allora, che il Pubblico risponda. Servono forze lavoro, abbiamo presentato progetti per due borse, ma serve che la Regione Marche comprenda la ricchezza che ha nelle mani. In uso, non in proprietà. Ma è un uso unico e incredibile che rende la fototeca un luogo senza barriere, un luogo di viaggio. “come quelli che ci faceva fare Mario nei primi anni di lavoro che abbiamo fatto insieme. Lui parlava, raccontava e noi lo abbiamo anche ripreso. Abbiamo decine di ore di testimonianza. Sarebbe belo renderlo un documentario. Sarebbe…”. Calma e gesso.

@raffaelevitali

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