Liuva Capezzani stimola, Meluzzi e Bisonni spiegano: 'Umanizzare il sistema più che il medico. Perché cenare in ospedale alle 17?'

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Calcinaro alla presentazione del libro della psico oncologa elpidiense: Oggi il mondo dei social, o meglio internet, da una parte ci porta vantaggi, ma al contempo ci fa pensare che la soluzione a un problema sia Google e ci si precostituisce una propria verità, senza aver interpellato un professionista, un dottore.

di Raffaele Vitali

FERMO – “Cosa c’è ancora da sapere nella relazione di cura tra medico e paziente?”. A questa domanda ha provato a rispondere la psico oncologa elpidiense Liuva Capezzani che partendo dal Fermano ha trovato il suo mondo a Roma. E ci ha provato aiutata da compagni di viaggio di alto livello, a cominciare dal criminologo Alessandro Meluzzi che con la sua presenza scenica ha riempito la sala della Camera di Commercio. Tante le signore che candidamente confessavano: “Lo guardo sempre in tv, è così bravo, come non venire”. Che poi si parlasse di medicina è stato un valore aggiunto. E la riprova è venuta dalle due ore senza sosta di convegno in cui i relatori si sono alternati. Sono mancate solo le parole di Cesare Catà, ma chi vorrà le può ritrovare nel libro che è in vendita “e sarebbe un perfetto regalo da fare al vostro medico” suggerisce l’autrice.

L’incontro ha avuto come cornice Fermhamente, il festival che per tre giorni riempie Fermo di scienza “made in scuole fermane” ricorda il sindaco Paolo Calcinaro. Non è facile parlare della relazione tra chi cura e chi vuole essere curato, soprattutto oggi dove a dominare è internet e il fai da te, con diagnosi fatte con una ricerca su Google. “Una volta il medico di famiglia quello che diceva era preso con sacralità dal paziente, dal cittadino, dall’utente. Oggi il mondo dei social, o meglio internet, da una parte ci porta vantaggi, ma al contempo ci fa pensare che la soluzione a un problema sia Google e ci si precostituisce una propria verità, senza aver interpellato un professionista, un dottore”.

Tante le sfaccettature che vanno anche oltre le pagine del corposo libro della Capezzani. “Si cerca un terreno comune tra medico e paziente in cui nulla è dato per scontato. Questa è una delle frasi che usa l’autrice e questo accomuna il ruolo del medico a quello del giornalista. Non dare nulla per scontato – ribadisce la moderatrice Emanuela Astolfi - è fondamentale”. Meluzzi nel suo articolato intevento ripercorre anche un momento personale, quando iniziò con Tiziano Terzani ad Alba fondò una scuola per l’umanizzazione della medicina: “Parlare di umanizzazione e medicina è quasi un paradosso. Perché una cosa che dovrebbe essere massimamente umana dovrebbe essere umanizzata? Citando Popper se la medicina deve essere umanizzata deve avere assunto qualcosa di disumano”.

C’è un altro volto che volteggia sulle teste in sala ed è quello del dottor House. Uno dei più famosi medici televisivi riassume spesso con una frase quello che a Fermo si cerca di superare: “Io non curo i malati, curo le malattie”. Ma serve altro, ancora di più oggi. “L’idea del medico è uno dei punti su cui soffermarsi. Ognuno di noi ha paura della morte. Ma in pochi ricordano che i medici son quelli che hanno ancora più paura e all’interno sono così folil da pensare di curare e fermare la morte. E impegnano la vita nel pensare di curarla, cercando l’impossibile soprattutto in oncologia. Il chirurgo può riuscirci, noi andiamo oltre, affrontiamo la sconfitta nel nostro percorso. Noi partiamo sconfitti e prima o poi lo impariamo. Ma questo ci rende capaci di parlare con chi sta dall’altra parte e vive la sconfitta” sottolinea Renato Bisonni, primario del Murri.

Aggiunge la Capezzani: “Il medico deve appassionarsi dell’arte semeiotica, di conoscere alcune cose come faceva Murri. Dove il riconoscimento di un sintomo non vuol dire solo incasellare una cosa nella categoria giusta, ma vuol dire processo di osservazione, processo di indagine e interazione”. Che poi, prosegue Meluzzi, è quello che un tempo si faceva con la visita iniziale, quando c’era il contatto medico paziente che spesso diventava già una cura.

“Dopo 36 anni – aggiunge il dottor Ginetti - ho compreso che la cura che deve crescere è la cura del rapporto. La formazione universitaria tiene conto solo di un punteggio su ragionamenti mnemonici e una infarinatura scientifica. Non c’è una reale verifica di una umanità a un positivo rapporto empatico, a una apertura verso l’altro. Una valutazione delle capacità caratteriali ed etico morali che faranno sì che non sia solo un dottor House ma anche uno che si prenderà cura dei malati”.

Umanità e medicina, due ingredienti della comunicazione. Ma in chiusura il dottor Renato Bisonni, primario di Onccologia al Murri, lascia tutti a riflettere con la chiave di lettura: “Sono stato a un congresso a Pesaro e ci siamo confrontati accrescendo il nostro bagaglio culturale. Questa sera ho cercato di capire altro. Parto dall’idea di umanizzazione come ossimoro. Sono d’accordo, perché? Non credo che il medico debba umanizzarsi, ma la struttura che è attorno a sé sì. Chi cena alle 17? Nessuno. In ospedale sì perché il sistema è costruito attorno all’Oss e non al paziente. Dobbiamo umanizzare la struttura e anche per questo sono nate organizzazioni no profit che questo lo hanno capito e ci aiutano. Ma dobbiamo fare di più”

Ascoltano le persone in sala, una arzilla 80enne commenta in maniera perfetta: “Il vero dottore è quello che ce l’ha dentro, ma il segreto è solo uno: non ammalarsi”.

@raffaelevitali