05222018Mar
Last updateLun, 21 Mag 2018 8pm

facebook gplus 32 twitter  RSS icon

Iscriviti al nostro canale Youtube

Il caso Moro e il non ruolo dell'Italia. Il senatore Zanda: "I servizi segreti stranieri scelsero di studiare l'eversione più che di agire"

zandamc

Furono 55 lunghissimi giorni, che impegnarono anche dal punto di vista umano ogni soggetto in campo. “Cossiga mi consegnò appena saputo del rapimento la sua lettera di dimissioni. In realtà erano due con lo stesso contenuto, ma un differente incipit" spiega l'ex segretario personale del ministro.

di Raffaele Vitali

Il 9 maggio 1978 era un giorno iniziato con la speranza di liberarlo o quantomeno di allungare l’agonia per arrivare a scoprire il covo. E invece, passa qualche ora e una telefonata raggiunge l’assistente universitario di Aldo Moro: “Ritroveranno il corpo in via Caetani”. Non un luogo scelto a caso, ma esattamente a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista.

Quarant’anni dopo restano i misteri tra il quadro italiano e quello internazionale, ma anche la consapevolezza che quell’omicidio, che dentro di sé ha un po’ di Porto San Giorgio visto che uno dei brigatisti chiave del rapimento, Mario Moretti nella cittadina fermana ci è nato, diede il via alla fine del percorso terrorista. Il senatore Luigi Zanda è uno degli ultimi testimoni diretti, e informati, di quegli anni. Nel 1978 era il segretario personale e portavoce di Francesco Cossiga, al tempo Ministro dell’Interno. “Due figure forti, che dialogavano spesso. Accompagnavo due volte a settimana Cossiga da Moro e parlavano per un paio d’ore”. Erano i volti di punta della Democrazia Cristiana, insieme a Giulio Andreotti.

Furono 55 lunghissimi giorni, che impegnarono anche dal punto di vista umano ogni soggetto in campo. “Cossiga mi consegnò appena saputo del rapimento la sua lettera di dimissioni. In realtà erano due con lo stesso contenuto, ma un differente incipit legato al ritrovamento o alla morte. In questi 55 giorni cambiò: gli vennero i capelli bianchi e delle macchie in volto. Fu un periodo durissimo per tutti” spiega il senatore, chiamato dall’assessore regionale Angelo Sciapichetti a raccontare ‘Il caso Moro’ nel circolo dedicato all’ex leader democristiano di Macerata.

Sa molto Zanda, ma sa anche cosa non deve dire. C’è una verità giudiziale diventata storia. Quella che Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione d’inchiesta che si è chiusa a dicembre, definisce ‘’verità dicibile’. Per Fioroni, “in realtà per il Ris” precisa l’onorevole, ci sono molti punti oscuri: dal come e dove è stato ucciso al ruolo dei servizi segreti, alla sottovalutazione del rischio, dopo la segnalazione arrivata dalla Palestina. “Non credo ci sia stata una sottovalutazione” ribatte Zanda.

La parola che torna più spesso è trattativa, su questo Zanda è chiaro. “Quando arrivò la prima lettera, indirizzata a ‘Caro Francesco…’ pensammo che potesse essere possibile. Ma poi le Br l’hanno fatta pubblicare, era chiaro che non volessero trattare. Mancarono fin dal primo giorno gli elementi che la rendessero possibile. E poi – prosegue Zanda – trattare significava dare riconoscimento politico. Non aveva senso. Ha vinto la logica del Paese su quella del singolo”. Anche se poi, Zanda ammette: “Fosse stato per me, ma è una questione personale, avrei dialogato di più”. Quarant’anni dopo forse, al tempo la linea fu chiara.

Nel corso dei 55 giorni qualche indizio arrivò, ma Zanda ribadisce che nessuna pista venne lasciata non considerata. Evita di commentare la commissione d’inchiesta: Dico solo che ci son state sentenze e commissioni che hanno stabilito una verità. Non dico che non bisogna continuare a cercare, ma per farlo servono fatti”.

Se si guarda oltre i 55 giorni di prigionia, Moro lascia una eredità politica poco ascoltata: “Lui era il simbolo del dialogo. perché nel confronto vedeva la crescita della comunità”. Il problema è che ormai ogni volta che si fa il nome dello statista si pensa solo al rapimento e alla morte. “Non stupisce, siamo il paese dove è difficile trovare la verità. Per due motivi: siamo da tempo il teatro di cose che non conosciamo e siamo una democrazia giovane. due elementi che hanno reso complicato ricostruire lo Stato”.

L’ultimo passaggio sul tempo dei misteri Zanda lo riserva al filo rosso che unisce passato, presente e probabilmente futuro: il ruolo dei servizi segreti americani, e di altri Paesi, in Italia. “Non so cosa abbiano fatto i servizi segreti Usa nel 1978. Di certo, ma è una mia opinione, tutte le potenze avevano molto interesse a conoscere il mondo dell’eversione in Italia. Per questo dico che avevano più interesse a conoscere che a fare. Non mi risulta che abbiano agito, di certo ci hanno studiato”.

Si chiude così il confronto con Zanda. Resta la convinzione che ci sia tanto ancora da scoprire. I dubbi della commissione d’inchiesta, “Moro è stato ucciso con dei colpi ravvicinati, mentre era seduto e non disteso nel bagagliaio”, lasciano adito a nuove supposizioni. ‘Per fare le cose occorre tutto il tempo che occorre’ era una delle massime dell’ex primo ministro. Una frase mai come oggi attuale, perché la verità non va in prescrizione e i misteri attorno agli anni in cui si cercava di destabilizzare il paese per stabilizzarlo hanno ancora molto da raccontare.

@raffaelevitali

VTEM Banners
VTEM Banners
VTEM Banners

Crolla il tetto su una classe dell'Iti Montani: vigili del fuoco in azione

Bookmakers bonuses with www gbetting.co.uk site.