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Verso il Governo che non c'è. Il Pd Verducci: "Ecco perché dire no a 5 Stelle e Lega"

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Nessuna possibilità per uno dei leader di quelli che una volta erano chiamati ‘i giovani turchi’. Prima il partito deve fare una analisi seria della sconfitta: “Abbiamo rinunciato a costruire radicamento sociale, partecipazione, condivisione nei luoghi e tra le persone dove è più forte l’insicurezza sociale".

FERMO – Il senatore Francesco Verducci, voce del fermano in parlamento sponda Pd, ha le idee chiare su quello che deve fare il Partito Democratico in questa fase. E la prima è semplice: “Centrodestra e cinquestelle hanno vinto le elezioni. Il Pd le ha perse, molto male. Per ricostruire il nostro campo, per ritrovare la nostra funzione storica, la nostra vocazione maggioritaria, dobbiamo avere un’identità forte. Non possiamo essere stampella di governi altrui, né del centrodestra di Salvini, di Berlusconi, della Meloni, né del qualunquismo di Grillo, Casaleggio, Di Maio”.

Nessuna possibilità per uno dei leader di quelli che una volta erano chiamati ‘i giovani turchi’. Prima il partito deve fare una analisi seria della sconfitta: “Abbiamo rinunciato a costruire radicamento sociale, partecipazione, condivisione nei luoghi e tra le persone dove è più forte l’insicurezza sociale, e dove maggiore è la richiesta di protezione e la voglia di emancipazione. Per essere credibili nel pronunciare parole come «riscatto» ed «emancipazione» in quartieri dove manca il lavoro, manca la possibilità di studiare, manca la legalità, serve un discorso politico forte e potente”.

Quel discorso che Verducci non ha ritrovato negli ultimi anni, se non per un breve periodo, quello tra la fine del 2013, “quando Renzi ha vinto le primarie”, e i primi anni della sua segreteria, “quelli per intenderci della battaglia per rinnovare l’Europa, mettendo al centro lavoro e questione sociale, e della battaglia per rinnovare il campo dei socialisti europei, coinvolgendo forze nuove come Tsipras”.

Un lasso temporale troppo breve però per incidere. “La sconfitta del 2018, come la “non vittoria” del 2013, è una sconfitta politica. In questi mesi, mentre Lega e grillini trasmettevano un progetto politico di rottura (sbagliato e regressivo, ma capace di catalizzare umori e sentimenti predominanti), noi eravamo paralizzati dai veti interni, costretti a un dibattito estenuante, strampalato e politicista, che addirittura ci ha costretto a riesumare coalizioni inesistenti”.

Errori interni quindi alla base di un flop che ancora non è stato digerito. “Abbiamo sprecato energie in un politicismo esasperato, in posizionamenti per alimentare i retroscena dei giornali. Abbiamo trascorso la campagna elettorale a fare le pulci agli avversari, a dire quanto le loro proposte fossero incompatibili e irrealizzabili. Noi ridotti a fare i tecnici, loro in campo con la politica. Perché abbiamo rinunciato alla vocazione maggioritaria del nostro partito? Perché abbiamo rinunciato a costruire un “grande Pd”? Di questo dovremmo discutere. Questo è il punto dirimente, identitario. Senza vocazione maggioritaria il Pd semplicemente non ha più ragion d’essere. Parlare, organizzare, dare protagonismo a chi sta pagando la crisi”.

Di fronte a questo quadro, entrare in un Governo come stampella sarebbe il colpo di grazia finale secondo il senatore partito da Servigliano: “Penso che per noi democratici, per la sinistra riformista, per il Pd il punto sia: come ricostruiamo un discorso politico forte e radicale, dove protezione ed emancipazione si coniughino con solidarietà e comunità e non con cinismo e individualismo? E contestualmente: come reinventiamo una forma organizzativa aperta, coraggiosa, mutualistica che incarni il punto di vista di chi è escluso, che incentivi e interpreti in modo virtuoso l’enorme domanda di partecipazione che c’è nella nostra società.

Non è vero che l’opposizione condannerebbe il Pd all’irrilevanza, come scrivono molti commentatori. Penso sia esattamente il contrario. L’opposizione, specie in un tempo in cui il consenso si dimostra sempre più fluido e mutevole, è un ruolo centrale e rilevantissimo in una democrazia rappresentativa. A patto di esserne all’altezza. Di essere in grado di smetterla di essere solo ceto politico e di saper mescolarsi in strada con umiltà, rimettendosi in gioco. Tirando fuori idee e coraggio. Per essere viva, la democrazia ha bisogno di alternanza. E per considerare il proprio voto efficace, i cittadini hanno il diritto, dentro le regole di una democrazia parlamentare, di veder concretizzati gli esiti delle elezioni. Il voto ha designato vincitori centrodestra a trazione leghista e cinquestelle. Entrambi avversari, irriducibilmente alternativi, delle idealità, dei valori, della concezione della democrazia di cui il Pd è orgogliosamente portatore. Sta a loro governare. Sta al Pd invece riconquistare la fiducia perduta, acquisirne di nuova”.

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