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Democrazia, uguaglianza e storia: la lezione di Luciano Violante incanta Fermo

violantetavolo

Il 2016 ha segnato Fermo, la domanda è se restano questioni aperte, rischi nascosti. Una domanda non facile per Paolo Calcinaro, sindaco di una Fermo ferita, ma orgogliosa, che ha accolto l'ex presidente della Camera.

di Raffaele Vitali

FERMO – “Viviamo un cambiamento d’epoca, non parliamo di crisi”. Si parte dalle parole di Papa Francesco al Teatro dell’Aquila dove sul palco salgono Giorgio Vittadini, Marco Tricase, Paolo Calcinaro e l’onorevole Luciano Violante. Si parla di impegno condiviso, di “superare le difficoltà insieme”, del genio della repubblica, “e genio è chi vede qualcosa che gli altri non riescono a intercettare” commenta Tricase.

Il 2016 ha segnato Fermo, la domanda è se restano questioni aperte, rischi nascosti. Una domanda non facile per Paolo Calcinaro, sindaco di una Fermo ferita, ma orgogliosa. “La mia città è stata specchio della nostra società, in cui, anche a causa di una crisi economica che ha toccato anche classi sociali che si pensava al riparo, e di cattivi maestri a livello nazionale che soffiano su tematiche che invece richiederebbero seri ragionamenti, si vive una sofferenza diffusa”. Una città ferita dal caso Emmanuel: “Chi ha preso molto da continenti che oggi chiedono qualcosa indietro non può chiudersi. Siamo di fronte a una sfida complessa, noi la stiamo affrontando con le nuove generazioni, facendo conoscere a chi va a scuola i problemi reali, ascoltandoli dai protagonisti, da chi dai Paesi poveri scappa in cerca di un futuro migliore”. Tutto questo lottare per un Paese più accogliente, pronto ad accogliere, Calcinaro lo ritrova nella mostra alle Piccole cisterne che racconta 70anni di storia e politica e che Luciano Violante ha curato. “Per costruire il futuro, bisogna ricostruire il passato” è una delle frasi che Violante usa più spesso.

“Questo lavoro è un riprendere la memoria della nostra democrazia, della fatica che è stata fatta per costruirla. Lo facciamo attraverso le immagini, che alle nuove generazioni dicono molto più delle parole”. Violante è chiaro: “La democrazia non esiste in natura. La democrazia è frutto della ragione, dell’intelligenza, della passione per la libertà. Ma come ogni creazione artificiale, va curata. Va curato il pluralismo, il sistema dei diritti e doveri, i meccanismi di rappresentanza. Non so se stiamo affrontando una crisi o un passaggio, la prima presuppone un declino, il passaggio una trasformazione”.

Per continuare a costruire bisogna conoscere, sapendo che si può costruire partendo da conflitti, che hanno regole: “Non possono durare all’infinito”. Nella mostra due episodi chiave sono raccontati e fotografano il superamento del conflitto: nel 1953 De Gasperi chiese di modificare la legge elettorale con un premio di maggioranza. Tensioni riempirono tutto il Paese. La legge non scattò per 2mila voti. Ma c’erano un milione di schede bianche o contestate. Il partito chiese di contestarle, ma De Gasperi disse no: il paese è già diviso abbastanza. La seconda grande lezione la diede Togliatti, quando sottoscrisse la famosa amnistia per partigiani e repubblichini, perché il conflitto andava chiuso. “I grandi dirigenti politici guardano al Paese e non al partito” prosegue l’ex presidente della Camera.

Nel mondo solo il 40% vive regimi democratici e negli ultimi dieci anni continua a crescere il numero di regimi dispotici. “Spesso consideriamo che la democrazia è pura tecnica di Governo, ma in questo caso sarebbero i regimi dispostici che funzionano meglio”. Invece, la forza della democrazia è la capacità di ricostruire legami, di dare un ruolo a ciascuno, di non costruire i nemici, perché la democrazia ricostruisce rapporti.

“Oggi la democrazia la si considera scontata, ma non lo è. È un albero che può deperire, se non è curato e potato, oltre che amato” ribadisce Violante. “Il problema è che in crisi sta entrando il mondo costruito sulla ragione. Troppo spesso prevale l’emozione, i 140 caratteri del tweet. Ma devono essere accompagnati dalla ragione. Mentre oggi la semplificazione è banalizzazione”. E per spiegare il concetto cita un suo incontro con Aldo Moro: “Distingua tra semplificare, che toglie consapevolmente il superfluo, e banalizzare, che toglie inconsapevolmente l’essenziale. Questo mi disse e questo è quello che stiamo vivendo, di fronte a realtà complesse si lancia solo un messaggio”. Troppo spesso prevale l’emozione e supera la ragione.

L’altro dato della sua riflessione, che per 24 minuti inchioda in silenzio il pubblico dentro il teatro dell’Aquila, è il tema dell’uguaglianza. “La Clinton in campagna elettorale parlava di bianchi e neri, Trump di eguaglianza tra bianchi ricchi e bianchi poveri. Una differenza chiave: il bianco emarginato si pone un problema, teme per il proprio figlio che non è uguale all’altro. L’eguaglianza non è solo quella del politicamente corretto, ma quella della sostanza che deve riguardare a tutti i cittadini”.

Crollare o resistere di fronte all’avanzata del populismo e della violenza? Di fronte al bivio, nella mostra che si apre oggi a Fermo, ed è visitabile fino a giugno, la risposta: “La democrazia non vuole cittadini plaudenti e spettatori, ma consapevoli e partecipi. L’estraniarsi dei cittadini è uno degli elementi di fondo della crisi della democrazia. Quando il Papa parla di un cambiamento d’epoca e non di epoca di cambiamenti, dice il vero: dobbiamo concepire il cambiamento verso un qualcosa da costruire con le nostre mani”.

La chiusura è per Vittadini: "Non si cerca più il genio del popolo, ma il divo. Questo non rappresenta la Repubblica, ma un sistema a fazioni. Serve un ideale che ricotruisca i corpi itermedi, che generi interessi. Che non sono un male perché gli interessi danno vita a partiti che insieme fanno pluralismo con punti in comune, che è l'interesse nazionale".

@raffaelevitali 

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