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La dura verità di Venanzi. “Il mondo vuole le sneakers. Noi costiamo troppo, eppure…”

venanzi micam

L’imprenditore calzaturiero di Montegranaro è da anni ai vertici di Assocalzaturifici e si prepara a un nuovo complesso Micam.

di Raffaele Vitali 

MONTEGRANARO – “L’informale continua a crescere, di scarpe normali ne vedi sempre meno. E noi purtroppo non possiamo fare le sneaker”. L’analisi di Arturo Venanzi è una fotografia della realtà calzaturiera: “Noi non possiamo essere competitivi con la scarpa sportiva, di Premiata ce ne è una”.

Il punto è che il distretto fermano-maceratese arranca, tra concordati, chi lo fa in continuità come Aldo Bruè per ripartire e tornare a correre superando un momento complesso sotto il profilo finanziario ma non certo creativo, chi invece finisce per chiudere. Il mercato non ha pietà, anche di chi produce una delle migliori scarpe in commercio a livello mondiale. Di fronte a questo quadro, c’è un mercato internazionale che non corre: “La stessa Europa è ferma – ribadisce Venanzi -. Le sneakers stanno entrando con forza anche nel mercato tedesco, da sempre primo riferimento per il cuoio. Il problema è che quando il cliente si abitua con le sneakers è difficile da riprendere”.

Si sommano due problemi costo e comodità. E tra l’altro il trentenne di oggi, che un tempo comprava la scarpa elegante, spesso non sa neppure cosa sia il cuoio”. C’è poi chi riesce a prendersi una fetta di mercato come Doucal’s, bravo a entrare anche nei negozi di abbigliamento e ad anticipare il mercato, continuando a crescere. Prodotto e strategia di marketing con un’ottima scarpa che ricorda Santoni, ma che ha un prezzo più avvicinabile.

Calzaturieri da criticare?  “Difficile inventarsi una alternativa alle produzioni locali – spiega Venanzi -. L’unica soluzione è abbassare i costi di produzione. Spagna e Portogallo stanno correndo nel nostro settore. Il problema è che abbiamo troppe tasse. Un dipendente che guadagna 1300 euro a noi ne costa più del doppio, siamo tutti scontenti”. Non basta più la creatività: “La collezione era la nostra risorsa. Oggi la creatività e la qualità che garantivamo i clienti cominciano a trovarla anche in Spagna. E a quel punto il prezzo fa la vera differenza”. 

Eppure, i calzaturieri sono pronti ad affrontare il Micam, “la fiera che più di ogni altra  resta occasione di vendita reale”,con i loro stand blindati, anche se ormai il senso viene meno. Uno status che non garantisce più la collezione, visto che nel giro di pochi minuti è tutto online. “Al Micam l’azienda italiana che fa il prodotto medio, con qualche linea caratterizzante, riesce ad andare bene”. Tradotto, chi produce scarpe che escono intorno ai 70 euro potrebbe tornare da Milano con qualche sorriso in più.

E la Russia? “Il rublo deprezzato è un altro problema per noi. C’è chi lavora con grandi numeri attraverso grossi distributori, ma è un’arma a doppio taglio”. Garantisce ordini, ma non certo grandi guadagni.

Venanzi con la ditta Franceschetti tiene sul mercato, il prodotto funziona, grazie anche a un paio di marchi esterni ormai presenti in ogni azienda di alta qualità. Guardando attorno, resiste chi produce per griffe, come il numero uno dei calzaturieri Enrico Ciccola, chi gestisce le licenze, come Rodolfo Zengarini, e chi ha una nicchia strutturata.

Dal Micam ora gli imprenditori sperano di riportare ordini, ma soprattutto commenti positivi sulle collezioni, che sono sempre meno stagionali, ma che con le singole particolarità possono cambiare il corso di una impresa. “Non possiamo rinunciare al made in Italy, sia chiaro” riprende Venanzi. Ma è evidente che chi fa sneakers o produce in Puglia o in Serbia. “Se invece riusciremo a far costare meno ogni dipendente, la nostra manifattura potrà anche riuscire a far emergere prodotti adatti ai tempi, scarpe adatte a jeans e giacca”.

Prima di Milano, un paio di fiere. Con la bocca amara lasciata da Las Vegas. Non si riesce a entrare nel mercato americano, fatto di brand, di marchi che invece gli americani stentano a trovare nella produzione fermano-maceratese. “Lo ribadisco: meno costi. Ma il Governo in questo momento forse ha altri pensieri. Dire abbasso le tasse è facile, ma poi servono le coperture. Magari una riflessione avrebbe fatta: se non si abbassano le tasse, poi non ci sono i sodi per pagarle. Quindi…”. Quindi intanto si parte per Milano, dove i padiglioni 4-5-e 7 crescono, mentre l’1-3 sopravvivono, scintillanti quanto basta per attirare. Chi? Un tempo i russi, oggi sempre meno. E con i russi sono scompari i produttori medi, quelli che lavoravano solo con gli oltre Urali, con i tanti piccoli negozi che oggi sono stati inglobati dai grandi commerciali  e stoppati dalla dogana bianca che crea enormi problemi e costi alle imprese calzaturiere, costrette a complesse triangolazioni. “Come Assocalzaturifici siamo già in azione per pianificare al meglio anche il prossimo Obuv in modo da non lasciare sole le imprese, fermano in primis” conclude l’imprenditore veregrense.

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