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Il presidente del Pitti, Marenzi, a Fermo: "Il made in bloccherà i furbi. Ma serve una strategia migliore"

marenzi

"La moda è il secondo settore manifatturiero italiano e non solo un settore formato da persone viziate che girano il mondo, ma che ha superato per prima la globalizzazione”.

FERMO - Claudio Marenzi, mister Herno, guida l’azienda di famiglia che ha portato in dieci anni da un milione a 100 di fatturato. E dentro l’associazione è al vertice di Confindustria Moda, la vera novità degli ultimi anni all’interno del mondo industriale, oltre che del Pitti Immagine. Sul palco del Teatro dell’Aquila, durante l’assemblea di Confindustria Centro Adriatico, ha dato voce al mondo della moda

“Far nascere Confindustria Moda è stato complicato, anche se meno del previsto grazie al lavoro dei presidenti delle associazioni, cominciando da Annarita Pilotti. Vale 54 miliardi il sistema tessile abbigliamento, 20 quello dei calzaturieri e poi l’oreficeria. La moda è il secondo settore manifatturiero italiano e non solo un settore formato da persone viziate che girano il mondo, ma che ha superato per prima la globalizzazione”.

Da chi guida il Pitti non poteva mancare l’appello sul made in: “Siamo tutti d’accordo. Il problema è a Bruxelles. Di fatto, in Europa ci sono Germania e Regno Unito che non vogliono assolutamente la certificazione d’origine. Se passasse anche la legge doganale, tutta una serie di loro prodotti non potrebbe essere etichettata. Noi che siamo manifatturieri veri, abbiamo lì la nostra lotta. Va fatta a Bruxelles, con grande competenza e con l’aiuto di tutta Confindustria, ma soprattutto con il Governo. Non servono gli editti, che portano a una chiusura. Non possiamo imporre il made in, non ci riusciremo mai. Dobbiamo cambiare strategia, essere più politici. Uno dei motivi per cui nasce Confindustria moda è proprio per il made in. L’Europa è l’unica area del mondo senza obbligo”. Da qui l’accusa: “Questo sistema dà la possibilità a tre imprenditori di stare sul mercato: onesti, disonesti e i furbi, che sono quelli che ammiccano col marchio anche se non lo fanno perché poi producono in Cina. Far passare il made in, ridurrebbe gli imprenditori a due categorie: onesti e disonesti”.

Parla anche da imprenditore di successo, come si resta competitivi? Gli chiede Barbara Capponi: “Nel 2005 ho preso il marchio Herno con un fatturato di un milione. E in dieci anni ho superato i 100milioni. Sono partito dalla tradizione, con una azienda che ha 70anni, e dalla capacità di confezione manifatturiera. Su quello ho implementato una innovazione non solo sullo stile, a sui processi produttivi. Nuove tecnologie, capi termosaldati, e grande coerenza” Deve crescere l’attenzione alla moda e questo dal Teatro dell’Aquila viene ribadito con costanza: “Rappresentiamo il 35% della moda in Europa. Non c’è altro settore dove ci sia il secondo paese, la Germania, con 20 punti di distanza. Siamo la Germania della moda. Per questo dobbiamo contare di più. Noi siamo la moda, noi siamo la manifattura della moda.  Qui dobbiamo puntare sull’alta qualità, non sui numeri. Siamo bravi in questo. Ma per stare sul mercato serve una formazione mirata e far capire ai giovani che entrare in un’azienda non è u ripiego. Oggi un modellista arriva a guadagnare 5mila euro al mese ed è solo una delle tante figure di cui c’è bisogno e di cui ci sarà bisogno visto che in un paio d’anni 47mila persone del settore andranno in pensione”.

Raffaele Vitali

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