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Artigianato, chiusure e licenziamenti nel Fermano. "Speriamo nell'area di crisi, servono ammortizzatori e azioni di rete"

sindacati artigiano

“Il Fsba permette tre settimane in un biennio e sono pochissime per le nostre aziende”. Il grido di allarme è che non avendo questo strumento non sanno cosa fare, visto che licenziare è un costo.

FERMO – Muovendosi insieme si è più forti. Percorso unitario, ancora di più a livello di artigianato “anche per rispondere a chi vuole eliminare i corpi intermedi. Mentre mai come oggi per risolvere questioni individuali e lavorare su politiche generali è necessario fare rete e confrontarsi”. Se a livello industriale qualcosa si muove, chi resta circondato di problemi è il settore artigianale, specialmente nel calzaturiero, ma non è esente la parte edilizia e meccanica.

In Provincia ci sono 6506 aziende artigiane, nonostante un calo dal 2010 del 12,8%. Solo nel 2017 il calo è stato del 2,3%. “Nonostante ciò il nostro distretto resiste” sottolinea Francesco Interlenghi, Cisl. Difficoltà oggettive emergono con un numero: nel secondo semestre del 2017 l’11% delle imprese ha diminuito gli organici. A oggi i lavoratori coinvolti nelle imprese in crisi sono tra i 500 e i 700. “Quando chiude un’azienda grande fa rumore, ma poi sono decine di ditte artigiane che licenziano e diminuiscono gli organici nel silenzio”.

Delle 6506 ditte artigiane sono 1840 quelle iscritte a Ebam. “Nel settore calzaturiero il rischio è ancora più alto” aggiunge Francesco Interlenghi, segretario Cisl, visto che il 27% delle ditte artigiane sono quelle legate al calzaturiero, senza considerare l’indotto, dai tacchifici alla gomma plastica o agli accessoristi: “Questo settore è calato del 20,5%”. La ripresa c’è, ma i segnali sono timidi: solo il 54% delle aziende è stabile, un 37,7% ha diminuito e solo il 7,8% ha avuto un aumento dell’attività produttiva. “A noi preoccupa anche la stabilità, che arriva a fronte di provvedimenti, come i licenziamenti, che già c’è stato”.

La palla che rotola in discesa chiede risposte immediate per provare a fermarla: “Siamo preoccupati, non noi ma le famiglie che lavorano in modo specifico dal calzaturiero” riprende Floriano Canali, Uil. A Guglielmo Malaspina, Cgil, il compito di parlare degli ammortizzatori sociali:” L’Ebam è finanziato dalle imprese e dai lavoratori, quindi ognuno si mette in gioco. Noi chiediamo che sia uniformato il lavoro artigiano alle altre categorie. Serve un riconoscimento della stagionalità, termine ormai cancellato, perché oggi senza cassa si licenzia, anche grazie al Jobs Act”. Oltre a mancare la cassa, c’è anche il ritardo dei pagamenti per quella autorizzata: “Arrivano dopo molti mesi, diversamente dalla cassa dell’Industria che può essere anticipata. Il miglioramento attuale è che di paga tra i 60 e i 90 giorni. Ma non è accettabile”.

Le aziende che la usano nel fermano sono 361, ma i numeri non riescono a leggere la realtà perché molte aziende non comunicano. “Noi consigliamo che essendo pochi i giorni di Fsba a disposizione, tra l’altro esauriti da quasi tutte le imprese, di utilizzare un assegno ordinario di solidarietà che va pagato entro 65 giorni. Questo aumenterebbe i giorni di mobilità fino a 135 (di base sono 65), ma solo 9 lo hanno richiesto”. Calzature, tessile e abbigliamento sono la parte dominante, ma anche i metalmeccanici soffre. Nelle Marche la Fsba è usata da 9690 aziende, nel Fermano da 1621 che coinvolgono 7625 lavoratori, appena l’1% contro il 6,1 regionale.

“Il Fsba permette tre settimane in un biennio e sono pochissime per le nostre aziende”. Il grido di allarme è che non avendo questo strumento non sanno cosa fare, visto che licenziare è un costo. “Azienda senza commesse non ha liquidità. Licenziare significa intervenire con la Naspi (ex disoccupazione). E allora, l’azienda lascia i lavoratori in libertà e a disposizione, a chiamata”. C’è un buco normativo che i sindacati sperano di colmare attraverso l’area di crisi complessa.

“Auspichiamo che il tavolo provinciale spinga per allungare anche lo strumento della cassa integrazione in deroga. L’industria ha ottenuto la stagionalità, l’artigianato non ha una leva di questo genere. Gli artigiani oggi all’85% lavorano conto terzi e questo ha cambiato tutto. Le ditte artigiane non possono programmare il lavoro e neppure decidere autonomamente quando produrre. Quindi serve un ammortizzatore diverso dall’industria. Tra l’altro – concludono - l’azienda artigiana non è per forza in crisi. Non parliamo solo di strumenti assistenziali, ma di stabilità politica per chi vorrebbe anche assumere. Noi vogliamo creare lavoro e lavoro stabile: il rischio è una sacca di lavoratori a tempo determinato che vengono chiamati a necessità grazie alla grande qualità che non possiamo disperdere”. Nel Fermano l’azienda calzaturiera media artigiana è di 5,1 dipendenti, un numero superiore al livello nazionale.

“Lavorano, faticano e poi pagano per altri, come per la crisi della Zeis a Montegranaro che ha impoverito il settore. Bisogna reagire. Come? Servono politiche di filiera e di distretto in modo che collabori chi fa un prodotto simile. In ambito internazionale una ditta con tre dipendenti può fare poco. In Toscana e Veneto ci stanno riuscendo, noi siamo indietro. anche per questo confidiamo nell’area di crisi complessa”.

r.vit.

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