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Copyright, questo sconosciuto. Mazza, mister Premiata: "La Cina traina solo se stessa e vive senza regole"

Graziano Mazzasmodatamente

La copia perfetta spesso non riguarda le grandi griffe, che in Cina godono di una tutela particolare: “Copiano dove c’è la massificazione. Dove noi siamo leader. Vendono sul venduto non fanno neppure i campioni”.

di Raffaele Vitaali

MONTEGRANARO – “O rispetti le regole o stai fuori. Loro sono cresciuti e noi siamo diventati il loro mercato. È un paradosso”. Le regole si riassumono in copyright e made in, il loro è semplicemente la Cina, anche se nella categoria rientra anche la Turchia, il noi è l’Italia, con la sua manifattura.

A parlare è Graziano Mazza, l’uomo che ha creato dal nulla il marchio Premiata, azienda calzaturiera di Montegranaro che oggi vanta 120 dipendenti e un fatturato che nel 2018 supererà i 40 milioni di euro. Vende in tutto il mondo, ma ha un problema. Solo che va avanti dal 2004 e non ha soluzione: “Il punto chiave è che in Cina è quasi impossibile riuscire a registrare un marchio”. La presa di posizione di Giampietro Melchiorri, vicepresidente vicario di Confindustria Centro Adriatico, lo ha stimolato. Dietro il successo della sneakers più ammirate ci sono anche grandi difficoltà. “Quello che è accaduto, e tutt’ora accade, a me purtroppo non è insolito. Anzi, riguarda molti settori imprenditoriali. Soprattutto le Pmi che hanno maggiori difficoltà nell’affrontare cause legali in Cina”.

La storia di Mazza è emblematica, perché il marchio Premiata, che lui ha fondato negli anni ’90, è registrato praticamente in mezzo mondo. Quando nel 2004 lo ha presentato in Cina, sembrava tutto a posto. “Due anni dopo, perché questi sono i tempi, mi hanno detto che era già stato registrato nel 2003”. Ma da chi, è la prima domanda. “Ho scoperto che una società con altri 140 marchi si era preso anche il mio. Il motivo è semplice: loro controllano il mondo, in particolare i Paesi produttori. Se vedono un brand che funziona, lo registrano in Cina”. A quel punto è cominciata la battaglia legale: “In Cina sei tu che devi dimostrare il dolo dell’altro. Ero convinto che si sarebbe chiusa rapidamente”. Quattro i punti chiave del mancato rispetto del copyright: il primo esempio è il numero di marchi registrati da chi aveva preso anche Premiata: ben 140. Il secondo la copia quasi perfetta delle scarpe. Terzo il fatto che il marchio è stato registrato dagli anni ’90 in Italia e in mezzo mondo. Quarto, che hanno aperto le pagine di vendita online e hanno messo le figure dell’ufficio di Mazza a Montegranaro, con tanto di personale, per dare credibilità. “Eppure, non è bastato” aggiunge. Ha anche provato a cambiare nome, a registrare ‘Graziano Mazza by Premiata’ ma non è stato accettato perché troppo lungo. “Ho chiesto di registrare il logo, ma niente perché secondo il tribunale cinese era simile a un loro ideogramma. Alla fine mi hanno concesso di registrare il marchio solo per negozi e web, non per la produzione”. Una piccola conquista durata poco. E l’imprenditore posiziona sul tavolo una serie di immagini di showroom Premiata rigorosamente copiati. “La Cina è un sistema che non tutela il diritto di proprietà”.

Ma lui non molla e udienza dopo udienza va avanti. “Ho speso già oltre 250mila euro. Lo dico per far capire che una azienda meno strutturata della mia non potrebbe mai affrontare questa situazione. Siamo impotenti”. Da qui la richiesta, in primis a Confindustria, di cui fa parte: “Deve alzarsi la voce in favore delle piccole imprese, non siamo tutti multinazionali al limite del parastatale. Andare a Roma e Bruxelles e far capire cosa significa la Cina per le aziende, far capire quanto siano inutili e dannose le sanzioni alla Russia e che il made in serve, ma prima di tutto serve il rispetto delle regole”.

Di fronte alla battaglia legale senza soluzione, mister Premiata ha anche pensato di andarsene “ma poi loro hanno iniziato anche a produrre, oltre che a commerciarle. Inaccettabile”. Il tribunale cinese ha suggerito di trovare un accordo: “Volevano che pagassi una royalties per qualcosa di mio, ma scherziamo. La battaglia legale va avanti. Voglio giustizia e non mi fermo, ma questo dovrebbe svegliare il nostro Governo e l’Europa”.

La copia perfetta spesso non riguarda le grandi griffe, che in Cina godono di una tutela particolare: “Copiano dove c’è la massificazione. Dove noi siamo leader. Vendono sul venduto non fanno neppure i campioni” ribadisce con tono amareggiato, ma agguerrito più che rassegnato. “Lo Stato non ci difende né in Cina, né in Italia dove i cinesi, ma vi assicuro che non sono più il solo Paese, si muovono come se le nostre norme non ci fossero. Italia ed Europa devono fare qualcosa. Almeno su questo potrebbero guardare alle mosse di Trump che è riuscito a risolvere i problemi di una grande azienda di sneakers (New Ballance, ndr) che aveva da undici anni un problema simile al mio. Come ha fatto? Dazi al 200% e la Cina ha capito”.

“È ora di tutelare le imprese, di tutelare il nostro know how. Chiudiamo le porte ai loro prodotti” tuona. Copyright, una sfida da vincere, ma soprattutto da combattere. Lo ha detto Melchiorri, lo ha ribadito Mazza, ma ne parla spesso anche Simone Mariani, presidente di Centro adriatico a riprova che i settori interessati sono diversi. “È giusto discutere di made in Italy, anche se per me non è dove si fa, ma come si fa. Ma se uno le scarpe, nel nostro caso, le fa in Italia è giusto tutelarlo. Io scrivo made in Vietnam, anche se so che nasce tutto qui e con materiale italiano. Non sono battaglie diverse, ricordiamocelo. Il copyright è la prima tutela, il made in è il valore aggiunto” conclude Mazza (foto smodatamente.it).

@raffaelevitali

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