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Le imprese fermane alla conquista di LineaPelle, un mondo che vale 5miliardi di euro

linea pelle 2015

Sara Santori, presidente Unac: "Partiamo cauti, vediamo come vanno i tre giorni di fiera. Di certo dovremo ragionare sulle date per le prossime edizioni".

di Raffaele Vitali

FERMO – Pronti via, si apre Lineapelle. Dentro i padiglioni della fiera di Rho si ritrovano  (20-22 febbraio) 1254 espositori, +5%, provenienti da 45 Paesi. In crescita sia le presenze italiane (+4%) che quelle estere (+6%). Si amplia anche la superficie espositiva, che supera i 47.000 metri quadrati (+3%). “Confermate le tre Aree Trend (Padiglione 13, 9 e 22) dove i visitatori possono esplorare l’approccio innovativo degli espositori, toccando con mano circa 2.000 campioni di prodotto sviluppati declinando il trend mood Empathy, studiato per la stagione Primavera/Estate 2019” spiegano gli organizzatori.

Come sempre, un ruolo chiave lo giocheranno le imprese marchigiane che hanno in Sara Santori uno dei riferimenti principe, ancora di più da quando la presidente della sezione Accessoristi di Confindustria è stata nominata presidente nazionale Unac. “Le imprese marchigiane a Milano sono 131. Di queste 21 concerie e 102 accessoristi, una sessantina gli iscritti a Unac, trenta quelli del Fermano. Arriviamo con speranza, ma siamo cauti. Perché la data non è ottimale, arrivando Lineapelle pochi giorni dopo il Micam. La fortuna è che in contemporanea ci sarà la fiera dei macchinari per calzature e questo aumenterà il flusso di visitatori e buyer. Ma è chiaro che dovremo riflettere su una miglior organizzazione tra le fiere di settore”. Ma se ne parlerà dopo questa intensa tre giorni che si apre domani.

Il giro economico che il mondo che si mette in mostra a Lineapelle muove è di 5 miliardi, 3,8 solo di export oltre a 17500 dipendenti. “La conceria italiana è un’industria che, basata su un modello distrettuale, crea valore sul piano economico, sociale e culturale. Tra l’altro – spiegano gli organizzatori di Unic - in Europa, la conceria italiana è leader assoluta. È italiano il 65% del valore della produzione conciaria continentale e il 68% dell’export totale verso i Paesi extra-EU”

Sarà la Lineapelle della sostenibilità, che per le concerie significa miglioramento e studio. Se nel 2012 incideva per l’1,9% sul fatturato annuo di settore, questo valore nel 2016 (ultima rilevazione disponibile) è salito al 4,4%. L’85% di questi investimenti è rappresentato da costi operativi ambientali: trattamento acque reflue, efficienza energetica, emissioni gassose, gestione dei prodotti chimici. “Il tutto si abbina a ricerca applicata, con le concerie italiane che si sono dotate di laboratori che coniugano sperimentazione innovativa legata al prodotto, al processo e all’automazione promossa dal Piano Industria 4.0”. Un esempio su tutti arriva dalla Santori Pellami con Naturella.

I dubbi sul settore restano perché c’è uno dei primi mercati di riferimento non brilla: nonostante il recupero nell’ultimo trimestre, il rialzo di fatturato della calzatura italiana nel 2017 si limita al +1%. Più vivace la dinamica complessiva europea (+4% sul 2016). Tra gli altri principali produttori UE, spicca l’ottimo andamento dei tedeschi (in rialzo a due cifre) e la positività di portoghesi (+4%) e francesi (+1%); arretrano spagnoli (-2%) e britannici (-4%), malgrado lo scatto in avanti a fine 2017.

Riprende quota il fatturato dei confezionisti italiani di abbigliamento in pelle nell’ultimo trimestre 2017, anche se questo non basta a invertire la tendenza negativa imboccata a inizio anno, con vendite complessive in flessione del 4% sul 2016. Fiacca anche la dinamica del resto d’Europa, con risultati negativi diffusi tra tutti gli altri maggiori produttori (male soprattutto gli iberici), ad eccezione dei tedeschi (in leggero recupero).

Chi non tradisce è la pelletteria italiana, che conferma in conclusione d’anno risultati di vendita superiori al 20%. Nel resto d’Europa, si conferma in stabilità negativa la Francia (nonostante la risalita negli ultimi mesi dell’anno), mentre crescono Regno Unito, Germania e Spagna (incrementi tra il 7% e l’8%). Male i portoghesi e le delocalizzazioni est-europee, tranne la Polonia.

@raffaelevitali

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