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Le ombre sul Micam: difficoltà di credito e niente made in. Silvi, Carifermo: "Siamo preoccupati, ma pronti ad aiutare"

silvi ciccola

Simone Del Gatto, numero uno della Confartigianato calzature: “Viviamo un momento di recessione e senza marchio made in Italy non abbiamo neppure il valore del nostro lavoro. In Portogallo il mio lavoro costa otto volte in meno.

di Raffaele Vitali

FERMO – Realismo. È quello che la Carifermo, la banca del territorio, di certo quella più vicina alle imprese calzaturiere, anche se poi tra castelli e fidi l’interazione con gli altri istituti è obbligata. Dal suo vicedirettore Marino Silvi (nella foto con Ciccola) arriva un buffetto, che se preso a guancia piena sa anche di schiaffo: “Il quadro che abbiamo davanti, dipinto dagli stessi imprenditori, mi fa essere ancora più preoccupato. Percepisco una forma di reazione, ma se la soluzione è fare squadra non posso essere sereno. Sono dieci anni che ne sento parlare. E invece non l’ho vista e il territorio dal punto di vista manifatturiero si va desertificando”.

I motivi sono vari, non nasconde anche un problema legato al credito: “Questo è un territorio che a livello bancario ha vissuto aggregazioni e fusioni. I dati dicono che quest’anno ci sia stato un calo degli impieghi bancari tra l’8 e il 9%. Ma – sottolinea con determinazione – questo dato che non corrisponde a quello che è la Carifermo: noi cresciamo del 4%”. Non critica gli altri per partito preso, ma spiega le ragioni: “Anche le banche attraversano una fase di regole ferree, ma essendo noi una baca locale possiamo ancora prestare attenzione, anche volendo non possiamo trascurare la nostra realtà”. Poi l’augurio: “Spero di tornare più sereno dal Micam, perché significherebbe che lo sono gli imprenditori”.

Ma per riuscirci, non vanno dimenticate le parole di Simone Del Gatto, numero uno della Confartigianato calzature: “Viviamo un momento di recessione e senza marchio made in Italy non abbiamo neppure il valore del nostro lavoro. In Portogallo il mio lavoro costa otto volte in meno. Noi produciamo e ci mettiamo in discussione, siamo circondati da persone che sembrano vogliose di fare e poi tutto resta fermo”. E il movimento non può essere Industria 4.0, per un motivo semplice, non certo per mancanza di visione: “Possiamo parlare di 4.0, ma le aziende devono arrivarci a quella fase. Ci serve una ricetta per oggi, per poter poi usare tra due anni la digitalizzazione. Per andare online servono soldi e competenze. Speriamo chela fiera sia il là per le trattative sul made in, altrimenti avremo poco da commercializzare”.

Anche se guardando il mondo, i mercati interessanti non mancano. Per arrivarci serve davvero aggregarsi, come serve la fiducia delle banche nelle aziende che ci provano. Ma non basta la determinazione per affrontare la Cina: “Ha 200milioni di ricchi e un terzo del lusso italiano viene venduto in Oriente. Al Mica, però, i cinesi non ci saranno perché il giorno dopo c’è il capodanno e quindi dovremo prenderli in altro modo, conquistarli per altre vie. Assocalzaturifici può essere uno dei tramiti” ribadisce Enrico Ciccola, battagliero presidente dei calzaturieri che sorride alla Russia che ancora compra: “È ancora il mercato cardine per il territorio. Verranno e compreranno, nonostante la svalutazione del rublo del 100%. Questo ci costringe a produrre a un prezzo inferiore, altrimenti si rivolgeranno ai marchi del lusso, puntando più su Francia e Svizzera. Realtà che poi chiedono a noi di produrre, ma non avendo il marchio del made in, come ha detto bene Del gatto, non vediamo riconosciuto il nostro lavoro”. 

@raffaelevitali

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