01242018Mer
Last updateMer, 24 Gen 2018 9am

facebook gplus 32 twitter  RSS icon

VTEM Banners

Lectio alla Pagella d'Oro. "Più lavoro e più guadagno, ma cala la felicità. Conviene?". Il paradosso della vita spiegato dal professor Zamagni

zamagnifermo
zamagnifermo1

Il docente incorona la Carifermo:“Avete un gioiellino di banca, che vi invito a conservare. Siete un elemento della coesione sociale”. Poi entra nel merito: paradosso è sorpresa, da sempre.

di Raffaele Vitali

FERMO - “The best is yet to come” dicono gli americani. Ma di certo il meglio che verrà sarà agevolato dalla Pagella d’Oro, simbolo di una spiccata intelligenza o quantomeno propensione allo studio, che 110 studenti hanno ricevuto sul palco del teatro dell’Aquila.

Prima che il professor Zamagni, docente di economia, salisse sul palco, l’immagine della mattinata l’ha data Adolfo Leoni: “Ambrogio Lorenzetti e il suo dipinto aa a Siena che raffigura 24 persone che danno vita al bene comune. Questo è il giusto approccio per ricostruire lo Stato”. Se i ragazzi salgono sul palco, è merito della Fondazione Carifermo. “Sono 55 le edizioni, ma in realtà si resta sempre giovani, come quelli che salgono sul palco grazie all’ottimo percorso scolastico”. Quest’anno la Carifermo ha scelto il professor Stefano Zamagni, “un economista particolare, che invita alla riflessione sulla singolarità del rapporto tra economia e società civile, che è ben saldo in questo territorio e che interpretiamo noi come Fondazione e banca locale”. Il professore ha scelto un tema originale: ‘Paradossi della felicità ed economia civile’. Ovvero?

A Zamagni la spiegazione di una economia che deve parlare di reciprocità, rispetto della persona e simpatia. “Avete un gioiellino di banca, che vi invito a conservare” esordisce il professore che nelal Carifermo vede “un elemento della coesione sociale”. Poi entra nel merito: paradosso è sorpresa, da sempre. Ma è solo dal 1974 che in America un economista americano scopre la curva chiamata la curva di Easterlin”.

Per parlare di felicitò bisogna fare un salto nel mondo di Socrate. Per i pre socratici la felicità era ‘qualcosa legato alla fortuna’, si era nelle mani degli dei. Quindi o si nasceva fortunati o niente. Quando arrivò Socrate, la felicità viene ‘legata all’esercizio delle virtù’. Per Socrate quindi serviva l’impegno. “Nel primo caso decide la ‘dea bendata’ nel secondo invece è alla portata di tutti, eudaimonia che significa fioritura. Il paradosso resta in Inghilterra che parlano di happiness, ma ora cominciano a usare felicity, perché la prima è pre socratica basandosi sula parola happen, che è legata alla casualità” prosegue Zamagni

Ma non si può essere felici da soli, ricorda Zamagni. “Se non mi riconosce qualcun altro, a chi dico che sono felice? Per Aristotele bisogna essere almeno in due, poi è ancora meglio se si è in tanti”. L’evoluzione del pensiero filosofico è stato di legare “felicità a utilità”. E questa è diventata la linea guida ad esempio della crescita di Milano. “Ma perché cambiare la parola?” si chiede Zamagni. “Felicità è il rapporto tra persona e persona. Invece l’utilitarismo da metà settecento ci ha convinto che per essere felici si dovesse massimilizzare l’utilità, un esempio è l’accumulo di soldi”. Ma l’avido non è mai felice

La svolta arriva con Easterlin. “La felicità oggi si riesce a misurare con l’indice di felicità. L’Italia è al 50esimo posto, otto anni fa eravamo al 40esimo. Si ottiene aggregando due indicatori: uno soggettivo, l’altro oggettivo. Il primo è raggiunto somministrando ai 163 Paesi parte del progetto domande di tipo, qualitativo, frutto della propria impressione. Poi ci sono quelli oggettivi, e sono dodici: tasso di suicidi, e ricordate che non si ammazza mai il povero, che ha sempre la speranza di migliorare, numero di depressi e tanti altri”.

Cambia la felicità in base agli anni. “La nostra spesa sociale è dedicata per due terzi alle due fasce d’età già felici: i bambini e gli anziani. E poco si fa tra i 18 e i 65 anni. Se gli ultra 65enni sono già felici, perché la spesa sociale pensa agli anziani e non a chi entra nell’età del mercato del lavoro e deve sposarsi? Eppure, a questo gruppo le risorse del welfare dedicate sono appena un terzo. Così nasce il conflitto intergenerazionale. E invece noi dobbiamo ragionare sui beni relazionali, ancora prima di quelli fisici. Dipende dalle cose e dagli oggetti, ma anche dal rapportarsi nei luoghi di vita: in primis la famiglia, poi la scuola e l’impresa. I beni relazioni presuppongono un investimento di tempo. Il primo esempio è l’amicizia. Non possiamo fare una cosa in fretta, applicando la tecnologia. Possiamo accorciare i tempi di una performance di un’opera lirica? No, dura come duecento anni fa. Da qui, se per aumentare il mio reddito pro capite faccio il secondo e terzo lavoro, riducendo il tempo delle relazioni interpersonali, ecco il paradosso. Lavoro e guadagno di più, ma mettendo più tempo nell’ufficio taglio le relazioni e il risultato è sono più ricco ma meno felice”.

La fotografia arriva dai bambini piccoli: “Da piccoli i bambini non amano i giocattoli. I genitori, per farsi perdonare del tempo che non hanno, fanno i regali. Ma il bambino se potesse parlare direbbe ‘mi basta stare con te’. È provato: i bambini non se ne fanno nulla degli oggetti. Loro sono contro l’accumulo”. Non si ferma qui Zamagni e lancia il Bes, benessere equo e sostenibile. L’Italia lo ha adottato ed è diventato un indice da affiancare vicino al Pil. “Ma se per far crescere il Pil caliamo il Bes, come la mettiamo? Nel benessere c’è la felicità, ci sono gli indicatori. Quando uno prende coscienza di questo il modello di welfare va rivisto”.

Entra quindi nel merito delle riforme: “ll nostro modello è in crisi, perché tutto calibrato sulla quantità e sul Pil. Non è generativo e redistributivo, ma assistenzialista. Se uno ha fame e gli dai da mangiare non ne fai il bene, perché gli togli la dignità. I poveri non sono magri, sono abbandonati. Non serve compassione, serve consolazione. Il modello deve restare universale, ma dobbiamo correggere le forme. Seconda modifica è legata all’ambiente di lavoro. ‘Mi pagano bene’. Ma se prendo duemila euro e poi cado in una alienazione, trattato in maniera non dignitosa, miglioro la mia felicità? Bisogna parlare con le persone, informarsi. Un conto è il lavoro che esalta le doti, un altro quello che umilia e impedisce di esprimere la propria bellezza”.

L’Italia sta andando verso questa strada, grazie a “un’ottima riforma del terzo settore che ha portato alla nascita del codice. Questa darà nuovo impulso al mondo del volontariato, alle cooperative sociali, alle fondazioni e alle Ong”. Tutte voci chiave di una economia più felice. “Una riforma che ha fatto propria la filosofia che chi versa nelle situazioni di bisogno abbia bisogno di una parola, di un consiglio, di una pacca sulle spalle, di doni e non solo di donazioni, che sono oggetti al contrario del dono che è relazione interpersonale”.

Le parole di Tagore sono la chiusura di Zamagni: quando il sole tramonta (difficoltà e crisi) non piangere, perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle. “Viviamo tempi difficili, ma non piangiamo perché nelle notti di sereno è possibile vedere le stelle. E una di queste stelle è la realtà di Fermo, è la Pagella d’Oro”.

VTEM Banners
VTEM Banners
VTEM Banners

Fede, giovani e integrazione: i primi pensieri fermani di monsignor Pennacchio

Bookmakers bonuses with www gbetting.co.uk site.