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Intervista. Paniccià, Giano: "Ai calzaturieri servono manager. Lavorare per brand o per sé? L'azienda deve capire la sua strategia"

paniccia giano

L'imprendiore di Torre San Patrizio prima di altri ha capito il mondo del licensing e ora cresce a doppia cifra anche grazie alla Newco con Woorlich. Il post Micam è un'analisi su quello che serve al settore. "Assocalzaturifici deve educarci al futuro".

di Raffaele VItali

TORRE SAN PATRIZIO - Capire la strategia dell’azienda, darsi una linea e partire dai punti di forza. Non è il titolo di un convengo, ma l’approccio di un imprenditore che funziona e continua a crescere, da anni: Enrico Paniccià della Giano di Torre San Patrizio. Dieci milioni di euro di fatturato, trenta dipendenti interni, tanti di più con l’indotto, e una crescita prevista a doppia cifra per fine anno. Anche grazie alla Woolrich, il brand mondiale che ha trovato nella Giano, che già è licenziataria di La Martina e Harmont&Blaine, il partner ideale per produrre le sue scarpe. Una delle parole chiave per uscire o quantomeno sopravvivere alla crisi è ‘capacità organizzativa’ che per Paniccià significa produzione propria, gestione dei marchi (licensing) e non solo produzione per il brand.

Paniccià, invertiamo la discussione, partiamo dal tetto della casa: come si porta la gestione organizzativa dentro un’azienda calzaturiera?

“La nostra era fino a 12 anni fa un’azienda produttiva. Oggi quello che facciamo in una stagione prima lo facevamo in cinque anni. Abbiamo sfruttato le nostre potenzialità unite alla gestione del brand con una costante crescita manageriale, logistica e distributiva. La crisi c’è, attenti sempre a chi si vendono le scarpe perché non è scontato che paghino. Se chiudo il 2017 con una crescita double digit è perché abbiamo scelto, gestendo i brand, di non aumentare la capacità produttiva, ma di far crescer il business”.

Ma il futuro è davvero nel lavorare per le griffe?

“Attenzione a non fare confusione. Un conto è il contoterzismo, la produzione per i brand, un’altra è il licensing. Il primo è una strada, ma siamo ormai in ritardo perché i grandi marchi vanno in Veneto e Puglia. Di certo una impresa che ha grande capacità produttiva, e gestionale, può trovare in quella strada una via di successo. Diverso il nostro caso perché noi gestiamo l’intera filiera, dalla progettazione alla distribuzione. Noi commercializziamo anche quello che progettiamo e produciamo. Fondamentale diventa quindi il rapporto con il cliente e la rete di vendita”.

Diversità di rischio?

“Un conto è la commessa per chi produce, un conto è chi ha il marchio in affitto. Noi una volta prodotto dobbiamo anche capire come migliorare la vendita, cercare sempre servizi innovativi. Le scarpe, per noi, devono essere vendute per forza. Noi vendiamo ai monomarca che abbiamo e poi a tantissimi multimarca nel mondo che serviamo con una rete vendita strutturata e organizzata. Sembra facile ma non lo è”.”.

Tutto questo gestito da Torre San Patrizio?

“Noi lavoriamo in Italia, alcuni semilavorati all’estero. Ma lavorano per noi tante imprese, molto brave, anche del distretto. Come Giano abbiamo una struttura snella, cresciuta con inserimento di manager e impiegati. Abbiamo una rete fidelizzata, con sistemi di comunicazione con i collaboratori che per essere sempre in linea. Ad alcuni abbiam portato pc e Adsl, questo deve fare l’impresa più grande”.

Tornando a chi non ha marchi, come si supera la crisi? A theMicam si sono affrontate diverse questioni, dal cuneo fiscale alla defiscalizzazione dei campionari. Quale la priorità secondo lei?

“Il cuneo fiscale è la battaglia da fare. Il distretto va difeso, è un bene di tutti. Se cade il distretto cade tutto, non potremmo crescere e attirare marchi se non funzioniamo. Ma bisogna guardare alla realtà, ci sono fasi della lavorazione non più competitive in Italia ed è auspicabile, anche per questo, avere una defiscalizzazione del cuneo. Mi è piaciuto Gentiloni, ed è stata brava Annarita Pilotti a spiegare le nostre necessità (LEGGI) oltre che a rendere theMicam più attraente. Non ci credetree, ma fare collezioni è oneroso, ancora di più se non arrivano i volumi. Dobbiamo innovare ricerca e sviluppo. Serve creatività, dobbiamo dare appeal alle scarpe. Ma questo non basta più”.

Non basta più la creatività?

“L’innovazione non è più solo sul prodotto, deve riguardare la gestione e la distribuzione. Nuove tecnologie oltre al design. La scarpa può volare ma poi devo riuscire a venderla e comunicarla. Il nostro distretto produce calzature spesso senza marchio, inteso come brand, ha evidenti difficoltà di mercato e spesso anche di gestione del sistema di vendita. Tutto così si complica. Dobbiamo investire in cervelli e non solo in strutture: questa è stata la nostra scelta dentro Giano. Premontatore e orlatrice sono una necessità. Ma anche figure manageriali, dagli ingegneri gestionali e logistici, che solo oggi i calzaturieri stanno capendo e cercando. E poi ci sono i commerciali internazionali, gli amministrativi che verificano i conti e che anche a chi comanda spiegano gli errori. Se gli sgravi riguarderanno anche l’inserimento di queste figure, allora la manovra avrà davvero un peso per il settore”.

La preoccupa la situazione del distretto calzaturiero marchigiano?

“C’è un impoverimento della Provincia, basta vedere i parchi macchine che non rinnovano, con una crescita delle piccole auto con carburanti alternativi. E non lo si fa per l’ambiente. Quando vedo questo penso ai premi produzione che diamo agli operai e che finiscono per diventare solo un arricchimento dello Stato a causa della tassazione. Se vogliamo avvicinare i giovani a questo mondo dobbiamo pagarli, fargli capire che si vive di scarpe”.

Cosa può fare Assocalzaturifici per aiutare gli imprenditori a cambiare approccio?

“Può educare, aprire gli orizzonti e far rendere conto che piccolo è bello, ma se non organizzato è poco appetibile, se non rispetta i tempi e non riesce a dare servizi nuovi, non può competere. Visto che c’è chi corre, anche vicino alle Marche. Soluzione scolastica è dire mettiamoci insieme. Di certo l’associazione può cominciare con il mettere a confronto le varie esperienze in Italia, portare i casi scuola: non facile, perché a nessuno piace capire che è rimasto indietro rispetto a un altro”.

E per le aziende quale è il consiglio?

“Tante piccole chiedono come si fa ad avvicinare un marchio. Di certo la piccola dimensione non aiuta. Ogni azienda deve trovare la sua strada, sapendo quali sono le possibilità e valorizzare le qualità. Dal 1998 vado al Micam: all’inizio non riuscivo a colmare la mia capacità produttiva stagionale. Avevamo la pura di non avere le scarpe a sufficienza per dare lavoro ai dipendenti. Avevamo fame e voglia di crescere sapendo che o cresci o muori. Avevamo e abbiamo l’ambizione di fare di più e meglio. Non è detto che i figli debbano fare i lavori dei padri, serve la motivazione interna e una visione di lungo periodo”.

È la visione del futuro che l’ha fatta crescere a doppia cifra?

“Noi ci siamo specializzati nella gestione dei marchi. Due li abbiamo in licenza, ormai da anni, ora abbiamo fatto un passo in più con un accordo di partnership societaria con la Woolrich. Noi e loro abbiamo messo insieme capacità e know how creando una newco di produzione e distribuzione e calzature (un milione di euro di fatturato nel primo anno di attività, ndr). Una New.co che ha sede a Torre San patrizio. Ci siamo dati un orizzonte che non è più quello della licenza, che ha sempre una scadenza anche se per ora il rinnovo non è mai stato messo in discussione, ma di gestione totale del brand. Per fare questo, ribadiscono, servono persone capaci e competenti. I nostri calzaturieri devono aprirsi ai manager, agli ingegneri, abbinandoli alla manifattura, che è quello che sappiamo fare meglio”. 

@raffaelevitali

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