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Il report. La lunga crisi del distretto calzaturiero: disastro Russia, la Germania salva il Fermano

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Nel 2018 le vendite all'estero hanno superato i 9,85 miliardi di euro, con un incremento complessivo del 3,6%, nonostante la flessione del 3% della componentistica.

di Raffaele Vitali

FERMO – La verità è che la produzione di scarpe italiane va bene, tranne che a Fermo. Il cuore del distretto, il regno del made in Italy, è la zavorra del sistema calzaturiero italiano. Il report di Assocalzaturifici, realizzato dal centro studi di Confindustria Moda su dati Istat, è impietoso. L’export del settore cresce del 7,4%. Una media tra la clamorosa prestazione della Lombardia, +23,2%, e il -5,5% delle Marche, che non sono le peggiori, visto il -8,6% della Campania, la regione che ha appena ospitato il World Footwear Congress. E per fortuna che la Germania ama il made in Marche.

“Un risultato brillante, che si scontra però con la frenata non trascurabile dei volumi (-6,3% il calo delle paia per le calzature finite), a conferma del quadro ancora complesso della domanda internazionale e delle difficoltà registrate in diversi distretti produttivi. L’impennata nei prezzi medi sottende andamenti positivi per le produzioni dell’alto di gamma, ribadendo al tempo stesso il ruolo determinante, nei risultati settoriali, svolto dai grandi brand internazionali del lusso” spiega Assocalzaturifici.

Nel 2018 le vendite all'estero hanno superato i 9,85 miliardi di euro, con un incremento complessivo del 3,6%, nonostante la flessione del 3% della componentistica. I risultati positivi in valore sono stati però accompagnati dalle contrazioni in volume, attorno al -3,5% il calo annuo delle paia vendute oltre i confini nazionali. Il quadro per il Fermano diventa ancora più fosco visto che le elaborazioni di Confindustria Moda evidenziano un arretramento in valore, rispetto al 2017, in tre delle otto principali regioni esportatrici: Campania (-12,8%), Marche (-4,1%) e, in misura più lieve, Emilia Romagna (-2,1%). “L’aumento medio dei prezzi (di oltre l’8% quello per un paio di calzature esportate) fa ragionevolmente supporre per queste aree pesanti contrazioni nei volumi” ribadisce l’associazione guidata da Annarita Pilotti.

Nelle Marche tiene Macerata (+2,8% in valore), ma calano Fermo (-7,5%) e Ascoli (-4%), dove pesano le performance marcatamente negative sul mercato russo. Della Lombardia, trascinata da Milano, l’andamento maggiormente premiante (+12,8%). Marche e Campania sono le uniche regioni, tra le otto, a presentare un segno negativo nel confronto con i livelli di export di 3 e 5 anni addietro: rispetto al consuntivo 2013, l’export marchigiano 2018 risulta inferiore del 16,4%; quello campano del 18,2%.

Restano immutate le prime posizioni nella classifica dell’export per regione, guidata dal Veneto che realizza da sola oltre un quarto del fatturato estero. A seguire Toscana (21,5%), Lombardia (16,7%) e Marche (13,9%). Assieme, le Top4 coprono quasi l’80% dell’export complessivo. Fermo è salda al quarto posto, con i suoi 725 milioni di export, ma molto lontana dal podio, considerando che Treviso è a 1.084 e Firenze, prima, ben sopra i 1300 milioni.

L’analisi delle principali destinazioni sottolinea l’importanza degli sbocchi comunitari, qui sono dirette 2 calzature su 3 esportate dai calzaturifici nazionali. Tra le prime 8 regioni, ben 6 hanno come principale cliente un paese dell’Unione Europea: 4 la Francia (Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Campania) e 2 la Germania (le Marche – che fino al 2014 avevano come mercato principale la Russia, ora terza – e il Piemonte). Solo Lombardia (USA) e Toscana (Svizzera) hanno quale prima destinazione un mercato extra-UE, in entrambi i casi in forte crescita (attorno al 30%). Le cifre a consuntivo confermano la rilevanza crescente dei flussi legati al terzismo per le grandi firme internazionali della moda, come dimostrano gli aumenti dell’export veneto verso la Francia e di quello toscano verso la Svizzera (ponte logistico-distributivo delle griffe dell’area pelle che hanno base in Canton Ticino).

Passaggio finale dedicato alla Russia: dopo un 2017 in cui aveva invertito la rotta evidenziando timidi segnali positivi, nel 2018 l’export verso la Russia ha registrato una nuova battuta d’arresto in quasi tutte le regioni (-11% la media nazionale). Unica eccezione la Lombardia, che ha fatto segnare un +6,1% sull’anno precedente. Nelle Marche il calo è del 19,3 per cento, tanto che la Francia,. Con 125milioni ha superato proprio la Russia ferma al terzo posto con i suoi 124. Un sorriso arriva da Cina e Hong Kong, tornate a crescere sopra il 4%, ma al contempo le Marche stanno perdendo il Giappone, una nicchia ricca di cui per anni erano state le sole protagoniste.

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