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Il lavoro che non c'è: 200 imprese chiuse nel Fermano in tre mesi. 'Almeno fateci ricostruire i nostri paesi'

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La ripresa non c’è. In un anno – spiega il segretario Cna Marche Otello Gregorini - il sistema produttivo marchigiano ha perso 1.812 imprese in attività.

FERMO – Primo maggio, festa del lavoro. Mica tanto. Nelle Marche, solo nei primi tre mesi del 2019, hanno chiuso 4.323 aziende a fronte di 2.875 nuove aperture. “Un saldo negativo di 1.448 imprese e la perdita di 5mila posti di lavoro” sottolinea la Cna Marche. Il motivo è semplice: commercio, agricoltura, manifatturiero e costruzioni abbiano tirato il freno. “La ripresa non c’è. In un anno – spiega il segretario Cna Marche Otello Gregorini - il sistema produttivo marchigiano ha perso 1.812 imprese in attività: 812 nel commercio, 518 in agricoltura, 456 nel manifatturiero e 307 in edilizia”. Per le Marche i numeri sono più negativi rispetto alla media nazionale.

“Nella nostra regione il calo del numero di imprese è stato dello 0,83% contro lo 0,36% in Italia. Peggio di noi solo il Molise con un calo dello 0,86%". La piccola Fermo ha visto la saracinesca abbassarsi per 122 imprese contro le 183 di Ascoli e le 348 di Macerata. "Speriamo - conclude Gregorini- che il decreto Crescita e lo Sblocca Italia sui lavori pubblici rilancino l'economia e il sistema produttivo ma quello che serve è una politica mirata alle piccole e medie imprese e a rilanciare i consumi interni, altrimenti dalla recessione non si esce neanche quest'anno".

Stessa lunghezza d’onda per il presidente di Ance Fermo, gli edili di Confindustria, Stefano Violoni che punta sula ricostruzione: Può essere il vero volano. Ci aveva dato un po’ di respiro, ma è di nuovo tutto fermo. La burocrazia è la vera iattura. Speriamo che la politica inizi a guardare davvero alle imprese, alle esigenze di chi porta lavoro. E si sa che senza lavoro non c’è reddito e quindi benessere. Noi, e parlo per gli imprenditori, vorremmo aumentarlo il reddito dei dipendenti, ma la busta paga deve cambiare, non si possono pagare 3mila euro per farne arrivare poco meno della metà a chi lavora”.

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