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I dati. Addio Russia, Germania e Francia sorreggono il distretto calzaturiero

scarpa lavoro

Tornando ai dati generali, dopo un avvio d’anno piuttosto fiacco (-0,1% nei primi 3 mesi) l’export del settore ha ripreso vigore nel secondo trimestre, registrando un +7,8% sul aprile-giugno 2017.

di Raffaele Vitali

FERMO – Marche e Campania: il calzaturiero ha due pecore nere. Mentre tutto il comparto corre in giro per l’Italia, il distretto fermano-maceratese perde lo 0,8. E per fortuna il secondo trimestre. Se a livello nazionale il calzaturiero detiene un’incidenza media del 2,2% sul totale export delle attività manifatturiere, nelle Marche il peso del settore supera il 12% (704,9 milioni di export). C’era una volta la Russia, oggi diventato il terzo mercato, dietro Germania e Francia, di poco davanti alla Svizzera, da sempre usata per le triangolazioni aggira dogane. Ma è chiaro che senza Russia, il 60% del distretto fermano va in difficoltà.

Segni positivi nelle province venete, soprattutto nella Riviera del Brenta. Tengono, almeno in termini di valore, Macerata e Ascoli. Prosegue il trend sfavorevole di Lucca, che segna nuovamente, come già a consuntivo per l’intero 2017, un calo dell’11%. E Fermo? Una voce fa spiccare la piccola provincia, ovvero il peso dell’export calzaturiero sul totale del sistema manifatturiero. Per Fermo vale il 61,7%, la seconda è Barletta con il 41,8%, poi Macerata con il 21,9% e Pistoia con il 12,2. Anche Ascoli tra le migliori, 11,2%, superiore a Firenze che si ferma all’11.

Tornando ai dati generali, dopo un avvio d’anno piuttosto fiacco (-0,1% nei primi 3 mesi) l’export del settore ha ripreso vigore nel secondo trimestre, registrando un +7,8% sul aprile-giugno 2017. “Tutte le principali regioni calzaturiere hanno evidenziato un incremento” precisa Assocalzaturifici, su dati di Confindustria Moda. Chi corre è la Lombardia (+12,2% rispetto alla prima metà 2017) e aumentano sopra la media nazionale anche la Puglia (+8,7%) e Veneto (+5,6%).

Nella graduatoria dell’export per provincia Firenze resta al primo posto con 673 milioni di euro, con un incremento (+6,8%) superiore alla media nazionale, seguita da Milano, che grazie ad una crescita a doppia cifra (+14,6%) supera Treviso (+1,1%). Soffre Fermo (-3,9%) – frenata dal forte calo in Russia (-21,4%) e dai trend negativi sugli altri due mercati principali, Germania (-4,3%) e USA (-12,1%) – come pure Forlì-Cesena (-4,9%), che registra oltre al calo in Russia (-2,7%) una battuta d’arresto sul mercato statunitense.

La Toscana, in deficit nel primo trimestre, ha recuperato con forza, mentre continua a faticare il mondo marchigiano e quello emiliano, che chiudono la prima metà 2018 in terreno negativo (-0,8% e -5,8% rispettivamente). Non dimentichiamo che le prime 4 regioni detengono assieme l’80% del fatturato estero settoriale nazionale (Veneto prima con 1300 milioni di export, seguita da Toscana1.063 e Lombardia 814).

Scorporando il dato, se cresce il valore del 3,5%, cala il volume, -2,1% per le calzature finite, ovvero paia. Guardando i mercati, i partner dell’Unione Europea rappresentano la destinazione principale del calzaturiero italiano (vi sono dirette 7 scarpe su 10 esportate, pari alla metà dei flussi in termini di valore). Unica eccezione la Toscana, dove il 35% dell’export valore va nei Paesi europei non-UE (Svizzera in primis, che da sola assorbe il 33% del totale regione).

La Francia è il primo mercato per Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Campania. La Germania (95,7 milioni) lo è per le Marche (fino al 2014, lo era la Russia, ora scesa al terzo e vale 62,9 milioni). Marche ed Emilia Romagna, le prime per export verso il mercato russo (assieme coprono oltre la metà dei flussi), hanno registrato nei primi 6 mesi arretramenti del -16,2% e del -6,8% rispettivamente, con picchi però superiori al 20% a Fermo e ad Ascoli.

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