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Intervista a Nidoli. No delocalizzazione, sì produzione di pezzi e vendita: 'Venite in Albania, vi conviene'

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L'uomo che ha fatto di Conad il primo marchio in Albania oggi guida la Camera di comercio Italiana a Tirana. Ecco perché vale la pena varcare l'Adriatico.

di Raffaele Vitali

TIRANA – È l’uomo che ha portato Conad in Albania facendo crescere il colosso alimentare dell’Adriatico in quattro anni del 150%. Da un punto vendita a 8, da un milione di fatturato a 15. Poi, la decisione di vendere le quote e intraprendere una nuova strada che l’ha portato a guidare la Camera di Commercio italiana in Albania. Nel mentre Conad è arrivato a 50 punti vendita e a 45milioni di fatturato, con ampi margini di crescita tra Macedonia e Kosovo. Ecco Antonio Nidoli.

Presidente, lei è tra gli artefici della missione degli imprenditori e politici marchigiani in Albania. Perché una azienda dovrebbe investire in questo paese?

“Il primo motivo è il più noto: il basso costo della manodopera. Poi c’è il continuo crescere di desiderio di made in Italy nella popolazione. Inizia a esserci un target di clienti per quanto viene prodotto in Italia. Poi c’è la burocrazia più semplice, anche se bisogna evitare di cadere nelle beghe locali”.

La missione ha come sottotitolo ‘made with Italy’. Non lo trova uno slogan pericoloso per l’economia italiana?

“Tutt’altro, è fondamentale per il processo di contaminazione. È importante per l’Albania, che ha la possibilità di uscire dal suo piccolo mercato, ma non crediate che non sia essenziale per molte Pmi italiane”.

Non c’è il rischio di un depauperamento dell’Italia?

“Se si collabora, si esiste e si cresce. Io non uso mai la parola delocalizzazione, ma internazionalizzazione. Che può riguardare anche solo un pezzo della produzione, un processo. O magari la realizzazione di un prodotto in Comune tra le due sponde dell’Adriatico”.

Lei quindi lo consiglierebbe a una impresa italiana di investire in Albania?

“Conad è un esempio, oggi è la riprova che non si può solo produrre qui, ma anche vendere. Di certo anche nel caso della manifattura, non ci sarebbe perdita d’identità, ma solo la crescita dell’occupazione e del lavoro”.

Cosa fate voi per una impresa che punta verso Tirana o Valona?

“Supporto, se ci viene chiesto. E non accade sempre, c’è sempre nell’imprenditore il timore che dipendendo dal Mise la Camera di Commercio sia un controllore. E invece, siamo spesso la soluzione. Ci sono circa 600 imprese italiane in Albania, ma il numero iscritto è molto basso. Poi, se ci sono problemi chiamano. Ma solo per la rete che mettiamo disposizione si dovrebbe capire il vantaggio di muoversi dentro un sistema. Per questo stiamo per aprire anche a Valona”.

Il food è il biglietto da visita?

“Funziona, c’è richiesta. È nata InItaly, è una azienda con anima italiana e la base a Elbasan. Importano e commercializzano solo prodotti italiani. E lo fanno con le aziende produttrici. È un primo possibile contatto per chi lavora nel food. Organizzano anche corsi di cucina, stanno investendo sulla formazione”:

Ecco, la formazione. C’è margine di manovra per realtà come gli alberghieri italiani?

“Senza dubbio, una collaborazione farebbe sicuramente bene all’accademia di Tirana. La serata che abbiamo organizzato a cui ha preso parte la delegazione Marche, incluso il presidente della regione Ceriscioli, è un esempio. Noi vogliamo far crescere l’interscambio commerciale”.

Quanto vale l’Albania oggi per l’Italia?

“Lo scambio commerciale, ovvero import ed export è di 2,6miliardi di euro. E pende per circa 500milioni in favore dell’Italia. insomma, l’export è maggiore quindi il potenziale c’è e può crescere”.

Presidente, ma lei consiglierebbe a un produttore o a un commerciale di varcare l’Adriatico?

“Commercio e produzione locale su mercati stranieri potrebbe essere il primo motivo. Poi è chiaro che ci sono eccellenze in questa terra, soprattutto nel settore del tessile, penso a Cotonella. La manifattura è il settore principale, sono tante le imprese di scarpe. Pensate che sta per nascere anche il primo marchio albanese. Questo è un popolo che vuole lavorare e crescere, l’Italia ha solo da guadagnarci investendo qua”.

@raffaelevitali

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