Moda sotto attacco del New York Times: al sud lavoratori sfruttati per produrre made in Italy. Capasa: 'Falso'

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Non esistono dati ufficiali sulla manodopera senza contratto, ma l'indagine del quotidiano americano "ha raccolto prove su almeno 60 donne che nella sola regione Puglia lavorano da casa senza un regolare contratto nel settore dell'abbigliamento".

di Raffaele Vitali

MILANO – Chissà cosa avranno pensato gli imprenditori calzaturieri fermani leggendo l’inchiesta pubblicata sul New York Times (LEGGI) sul settore moda italiano? Chissà cosa avranno pensato visto che da anni lamentano ‘politiche fiscali’ e di prezzo da parte di alcune regioni del sud, Puglia e Campania in primis che sono diventate le vere concorrenti, ben più dell’Est Europa che fino a dieci anni fa ‘rubava’ lavoro grazie a un costo inferiore di almeno 7 volte. Il quotidiano americano, considerato uno dei primi al mondo, è però andato oltre le critiche del distretto della moda marchigiana, perché ha parlato di “Regioni che sfruttano i dipendenti come il Bangladesh” per produrre un made in Italy competitivo. Il quotidiano ha messo sotto accusa la moda italiana e le sue 'zone d'ombra', fatte di "migliaia di persone", soprattutto donne, che lavorano da casa tessendo "senza contratto né assicurazione" preziosi tessuti da destinare alle grandi firme.

Nell'articolo, "Dentro l'economia sommersa dell'Italia", si parte da un piccolo paese in provincia di Bari, Santeramo in Colle, per descrivere la situazione: qui, una donna che chiede l'anonimato sta cucendo accuratamente nel suo appartamento "per un euro al metro" un "sofisticato cappotto di lana" della collezione invernale di una griffe. Il lavoro le è stato affidato da una fabbrica locale, che produce capispalla per altre grandi firme internazionali. "Il lavoro a domicilio - spiega l'inchiesta - è una pietra miliare della catena di distribuzione della cosiddetta fast fashion. È particolarmente diffuso in Paesi come l'India, la Cina, il Bangladesh e il Vietnam, dove milioni di persone, per lo più donne, sono la parte meno protetta dell'intera industria". Secondo il New York Time, sebbene le condizioni delle lavoratrici italiane non possano essere assimilate a quelle della manodopera sfruttata in paesi del terzo mondo, i loro salari parrebbe di sì. "L'Italia - scrive il Nyt - non ha un salario minimo nazionale, ma circa 5-7 euro all'ora è considerato uno standard appropriato da molti sindacati. In casi estremamente rari, un lavoratore altamente qualificato può guadagnare fino a 8-10 euro l'ora". Ma i lavoratori a domicilio, come le sarte del sud, pugliesi in primis, guadagnano molto meno e, nei casi citati, da 1 a 2 euro l'ora. Non esistono dati ufficiali sulla manodopera senza contratto, ma l'indagine del quotidiano americano "ha raccolto prove su almeno 60 donne che nella sola regione Puglia lavorano da casa senza un regolare contratto nel settore dell'abbigliamento".

Il duro attacco, arrivato proprio all’apertura della Settimana della Moda, e guarda caso mentre due delle griffe citate salivano sulla passerella, ha provocato la dura reazione di Carlo Capasa, presidente della Camera della Moda, anche perché stando agli ultimi anni è la terza volta che il Nyt attacca Milano e il suo settore principe definendolo una volta ‘periferico’ un’altra ‘volgare. Mentre i numeri dicono ben altro: l’export moda per Milano vale 6,6 miliardi di export nei primi sei mesi del 2018 in confronto ai primi sei mesi del 2017. Milano traina con un settimo circa del totale italiano (13,3%) pari a 3,4 miliardi in sei mesi, circa mezzo miliardo al mese, +5,4%. Precede Firenze (2,9 miliardi), Vicenza (2,3 miliardi), Treviso (1,2 miliardi) e Prato (1,1 miliardi), oltre che il distretto fermano. E se l'abbigliamento rappresenta un terzo delle esportazioni totali lombarde e supera i 2 miliardi, sono le borse e le calzature a registrare gli aumenti più forti: rispettivamente +14,2% e +12,2% (molte griffe hanno i loro stabilimenti nel milanese).

“L'inchiesta di Elizabeth Paton è un attacco vergognoso e strumentale. Se hanno trovato un reato c'è obbligo di denuncia, perché non l'hanno fatto?. I nostri contratti sono tutti a tutela dei lavoratori. Quello del New York Times è un attacco strumentale che nasce - dice il presidente di Camera Moda - senza aver fatto una vera indagine. Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute. Le nostre - sottolinea Capasa - sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato”.

Rivendica l’equità del sistema moda, anche se un decolté che nel Fermano esce a 75 euro e in Puglia a 40 qualche riflessione la deve portare, e ribadisce: “Siamo il Paese che ha fatto di più per i diritti dei lavoratori, il primo a perseguire gli abusi, non c'è nessuna connivenza delle aziende italiane perché non ne hanno bisogno, non abbiamo bisogno di sfruttare nessuno. Purtroppo l’articolo è uscito per minare la fashion Week con il suo green carpet, siamo bravi e questo dà fastidio. Camera della Moda e i suoi soci si impegnano da tempo al fine di rendere la filiera italiana resiliente, equa e tutelante su tutti i fronti”. A Capasa si unisce Miuccia Prada, con un tocco di realpolitik in più: “Nessuno è sano ma ognuno fa del suo meglio, accanirsi solo con la moda è sbagliato. Tutte le aziende hanno codici e ispettori ma il mondo reale - sottolinea - è più complicato, c'è sempre qualcuno che si fa corrompere. Certo, anche la moda ha le sue colpe, ma sono sicura che aziende di altri settori faranno anche peggio. Questo non è un mondo perfetto e siamo tutti colpevoli, i problemi sono ovunque”.

@raffaelevitali