Premio Biancucci, una luce sulla donazione d'organi. "Vivo in un mondo di colori, grazie al dono di chi non c'è più"

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Ioiò da voce a chi ha ricevuto e ai familiari di chi ha donato: "Non celebriamo l’intervento chirurgico, ma ciò che lo rende possibile, di quello che nasce dalla coscienza umana, dell’uomo che si riconosce ina altri uomini attraverso l’altruismo e la solidarietà".

di Raffaele Vitali

FERMO – “Se sono qui a parlare è perché qualcuno ha dato a me parte della sua vita”. Si alternano sul palco dell’auditorium San Martino i protagonisti del premio Biancucci, il momento che ogni anno dà voce e visibilità al mondo del trapianto di organi. Una mattina tra le lacrime di commozione, tra le parole strozzate, ma soprattutto tra le testimonianze di chi ha voluto mettere il proprio volto davanti a un racconto: quello che per Pina, Cecilia, Paolo e Matteo ha significato vivere; quello che per Silvano, Patrizia e Antonietta ha significato la morte di una persona cara e la decisione di donarne gli organi per far vivere qualcun altro.

Storie che si intrecciano con una consapevolezza comune: di chi dona non si sa quasi mai nulla. Di certo non ne sa niente chi riceve. Perché è il paradosso di chi sta male e sa che per guarire, salvo casi miracolosi come quello di Paolo e Matteo, padre e figlio, dovrà attendere la morte di un’altra persona. “Grazie, gratuito, gratitudine: tutto da gratus. E se otteniamo un grazie, sentiamo la gratitudine che gli altri hanno verso di noi”. Non c’è altro modo anche per il dottor Viozzi, responsabile per l’Asur del servizio trapianti, di riassumere quello che accade in pochi momenti, quelli della decisione, del trapianto e del grazie di chi si risveglia.

Il premio Biancucci, giunto alla settimana edizione, ha avuto il merito di dare voce anche a chi ha detto ‘Sì, prendete pure gli occhi di mio figlio’. Matteo ha così continuato a vivere in altre persone e, grazie al premio voluto dai genitori, all’Aido e da quattro Rotary del Fermano, anche nel coinvolgimento di chi il futuro lo vivrà con le proprie forze: gli alunni delle scuole.

Quest’anno, oltre a Silvano e Patrizia Biancucci, seduta tra i giovani c’è anche un’altra donna, minuta e determinata, che ha gli occhi lucidi ma resiste, perché è questo che serve: un esempio. Antonietta Pierdominici tre mesi fa ha perso il figlio. Una storia struggente, avvelenata anche da alcuni ritardi nei soccorsi, che si è poi saputo sarebbero stati comunque inutili ma che hanno lasciato ancora più soli nel dolore i familiari. Roberto Mancini è morto e i genitori, in pochi secondi, hanno detto sì al trapianto degli organi. “Trovo forza dall’aver donato la vita. Mio figlio non ce l’ha fatta, ma qualcuno grazie a lui sta bene. È difficile, durissima andare avanti. E solo il pensiero della vita che è nata dalla morte mi fa andare avanti”. Non aggiunge altro, perché lei è qui per far comprendere anche il peso di chi dona, di quanto ci sia bisogno di sentire vicina la comunità.

Lo sa bene Sergio Ioiò, presidente Aido: “Uscendo da qui, oltre alla parola grazie, dobbiamo rivalutare la parola relazione. La società che viviamo ci fa conoscere come esseri isolati, mentre quello che ci rende migliori è la vita di relazioni. Solo nella relazione abbiamo la possibilità di crescere, di migliorarci. Noi oggi siamo qui riuniti per celebrare la bellezza della vita e quella speranza di vita che l’uomo con il progresso della scienza è riuscito ad attivare in persone irrimediabilmente condannate. Ma non celebriamo l’intervento chirurgico, ma ciò che lo rende possibile, di quello che nasce dalla coscienza umana, dell’uomo che si riconosce ina altri uomini attraverso l’altruismo e la solidarietà. È questo il significato autentico della donazione, di lasciare i nostri organi a un nostro simile, spesso ignoto, facendolo assurgere a ruolo di figlio e fratello”.

La signora Pina di Monte Urano è la prima a parlare della sua storia. “Riguarda una patologia di famiglia, una malattia ereditaria. È subdola, non ci accorgiamo di averla. Come me anche mia sorella. Abbiamo ricevuto gli organi a 50anni. Io sono qui a testimoniare. Che dire? devo ringraziare di cuore, in maniera profonda perché non posso farlo ai congiunti di chi ha deciso questo atto, che non so neppure come definirlo, visto che la parola amore non basta. Un amore verso il prossimo, un atto di generosità. Non conosco la mia donatrice e quindi ringrazio voi che come loro avete scelto.  Nel 2014 ho avuto il dono, grazie a Dio, ero arrivata al limite delle possibilità di sopravvivere. Con questo dono ho potuto rivedere cose che pensavo fossero ormai perse. Quando ho fatto quel viaggio verso Verona per il trapianto, mi sembrava di volare. Quando mi sono risvegliata, la frase più bella: ‘Il suo rene fa tanta pipì’. Mi sono sentita di nuovo bene e serena. E ringraziavo e oggi ringrazio ancora”.

Cecilia Miola racconta la seconda storia, il trapianto che ha salvato sua figlia, colpita da leucemia acuta. “Sono diventata mamma a vent’anni. Tre anni dopo ho scoperto la malattia di mia figlia. A giugno 2009 abbiamo provato l’autotrapianto, ma non è servito. Tre mesi dopo, la telefonata: ‘Abbiamo un donatore’. Siamo corsi a Pavia, al San Matteo, e qui grazie al cordone ombelicale donato in Belgio compatibile con il midollo osseo. Trapianto è andato bene. Oggi Gioia ha 10 anni, fa danza, recitazione e soprattutto è viva. Non ho mai potuto ringraziare la mamma di questo bambino che ha fatto questa scelta, ma oggi ringrazio qui davanti a voi”.

Terza storia è quella di un padre e di suo figlio, Paolo e Matteo Cappelli. E meglio non poteva cadere che nel giorno di San Giuseppe. “Era scritto che l’Aido avrebbe fatto parte della mai vita. Il diventare genitore è stato stravolto. Essere genitore ti dà sensazioni meravigliose, ma un conto è fare i conti con un bimbo appena nato e una diagnosi tardiva ed errata. Terapie inutili, una lotta verso tutto e tutti. Nessuno dà spiegazione sul perché tuo figlio sia senza un rene. Ma tu sei padre e come tale hai l’obbligo di preparare tuo figlio alla vita. Il papà è l’autorevolezza, deve essere un modello. E a 18 anni la vita, dopo la madre, gliel’ho ridata io con un mio rene. E oggi siamo qui, felici entrambi”.

Il dono ha più volti, il dono ha un solo filo conduttore: la generosità. Quella del parente di chi ha detto sì all’espianto, quella che diventa parte di chi ha ricevuto l’organo e che sa, da quel momento, di vivere due vite, come conclude la signora Pina, “in un mondo pieno di colori. Quelli che non avremmo mai visto se oggi non fossimo qui a dire grazie”.

@raffaelevitali