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Intervista. "Emergenza e soluzioni", il caso Fermo nella tesi di laurea del Disaster manager Lusek

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“Il compito più complicato è sensibilizzare i non addetti ai lavori. Chi non è volontario e chi non è un professionista. La formazione fatta agli addetti ai lavori gratifica, perché davanti ho persone motivate. L’emergenza è complicata, ma è l’ambiente naturale del Disaster manager".

di Raffaele Vitali

FERMO – Il lavoro che diventa materia di studio. Francesco Lusek è il responsabile della Protezione civile di Fermo. Missioni in Africa, nei Balcani e poi neve e terremoti, oltre a esondazioni ed emergenze quotidiane che trasformano il locale in una realtà globale. La sua tesi di laurea diventa il momento di riflessione per la città di Fermo, alla presenza di esperti nazionali. 

Lusek, da dove partiamo per descrivere la sua tesi dal titolo ‘L’impiego della Protezione civile del comune di Fermo a seguito del sisma nel centro Italia: dalla preparazione all’emergenza’?

“Dalla materia di studio che è diventata il mio lavoro”.

Cosa c’è dentro la sua tesi di laurea?

“È una professione che parte dalla formazione, ma è anche una professione che poi nello studio trova il suo consolidamento. Questa tesi è una tappa del mio percorso”.

Cosa la rende particolare?

“Che la mia tesi non è teoria, ma il racconto della realtà, della pratica, dello stare sul campo”.

Una laurea che è arrivata tardi?

“Avrei voluto finire prima, in realtà una l’avevo conseguita già all’estero. Poi ho voluto dare un segno anche in Italia del mio percorso grazie all’Università di Perugia con il corso di studi in ‘Coordinamento delle attività di protezione Civile”.

Eravate in tanti a frequentarlo?

“Di certo non ce ne saranno più, perché il corso è stato chiuso. Delle Marche ero l’unico, anche perché poi è partito un iter formativo ad Ancona di taglio più scientifico. Il mio è stato un corso specializzante, frequentato da persone che già erano operative nel settore”.

Lei è un Disaster manager, percorso parallelo alla laurea?

“Parallelo e intrecciato, visto che richiede una esperienza professionale pluriennale, la laurea attinente e un corso in Disaster management”.

Lei nella tesi racconta il mondo in cui ha portato la sua professionalità?

“Esattamente. Dieci anni fa non era ancora una pressione quella dell’esperto di protezione civile. La figura è stata poi inventata e sperimentata sul campo. Quando sono stato assunto qui avevo già una formazione, ma nel Comune di Fermo abbiamo costruito la figura pezzo per pezzo. Poi è arrivata la normativa nazionale”.

Fermo quindi comune precursore?
“Primo fra tutti puntò su una figura specifica capace di consigliare il sindaco sulle decisioni migliori da prendere in caso di emergenza o sulla parte di informazione e preparazione; è la figura che ha una capacità multidisciplinare e quindi fa da cerniera tra più uffici: non sono un ingegnere, un geologo o uno psicologo. Ma ho conoscenze di ogni settore e questo mi permette di interagire in maniera costruttiva”.

Venendo alla tesi, cosa merita di essere letto del suo lavoro?

“Per me tutto, è una serie di tappe significative. Racconto la nascita del sistema di protezione civile a Fermo. Affronto poi lo sviluppo, con gli obiettivi raggiunti che hanno sempre superato le previsioni. Nel finale, il focus sulla vera emergenza che ci ha visto impegnati, dimostrando che eravamo pronti. Otto anni ci hanno permesso di affrontare il sisma con maturità. Infine, le considerazioni: il lavoro di protezione civile necessita di costanti cambiamenti. La realtà ci insegna e ci spinge a cambiare. Saper affrontare gli organi di comunicazione è stato uno degli step degli ultimi anni. Ma c’è l’attenzione agli animali, che son diventati parte delle famiglie e richiedono interventi diretti e ben fatti. Il cambiamento ha anche fatto capire al sistema che figure come la mia servono”.

Ma l’hanno capito i comuni?

“Il punto è che quando c’è l’emergenza ci rendiamo conto della figura e dei volontari. Poi, dopo l’emergenza, sembra tutto superfluo. Il lavoro preparatorio di figure professionali come la mia e il lavoro di chi ogni giorno indossa questa divisa diventa meno visibile, perché viene meno l’emozione”

Compito più difficile è formare o affrontare i drammi?

“Il compito più complicato è sensibilizzare i non addetti ai lavori. Chi non è volontario e chi non è un professionista. La formazione fatta agli addetti ai lavori gratifica, perché davanti ho persone motivate. L’emergenza è complicata, ma è l’ambiente naturale del Disaster manager. Quello che soffri è il lavoro di sensibilizzazione e far capire che il sistema di protezione civile è una squadra, che non è un singolo. Che si costruisce pezzo per pezzo e in cui ognuno è un tassello fondamentale”.

Una nuova sfida?

“L’educazione alla solidarietà spontanea è un mio pallino. Far capire anche come si dona e cosa si può fare nei momenti difficili. Non tutti devono fare tutto e non tutti devono donare quello che pensano. Da qui una formazione allargata su cui vorrei lavorare”.

Lusek, dopo la laurea cosa vuole fare da grande?

“Voglia fare quello per cui ho studiato e lavoro ogni giorno: l’esperto di protezione civile. Continuando a formarmi, perché altrimenti cosa insegno?”.

@raffaelevitali

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