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Legge 194, 40 anni dopo c'è tanto da fare. Fermo aggira gli obiettori e si accorda con Macerata

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Fermo, con il suo Murri, è da sempre uno degli esempi ‘negativi’ con la non applicazione della 194 visto che la squadra di ginecologia è stata composta da obiettori. Ma ora qualcosa sta cambiando, grazie all’impegno del direttore del distretto, Vincenzo Rea.

di Raffaele Vitali

FERMO – Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 194: era il 22 maggio 1978 quando è uscita la norma sull’’interruzione volontaria della gravidanza. “Una legge che ha dato alle donne il diritto di dire la prima e l’ultima parola sul proprio corpo riconoscendo che la maternità deve presupporre il desiderio e la scelta di diventare madri, non un obbligo o un dovere” sottolinea Daniela Barbaresi, segretaria generale della Cgil Marche.

Il principale ostacolo è ancora costituito dal numero elevato di medici obiettori di coscienza. Dai dati forniti dalla Regione relativi alla presenza di ginecologi obiettori nelle varie strutture ospedaliere marchigiane, emerge un quadro sconsolante: a fine 2016 gli obiettori rappresentano il 70,1% dei ginecologi. Questo comporta che una donna su dieci è costretta a rivolgersi fuori regione. “A distanza di 40 anni, l’aborto continua a essere un tema di scontro ideologico. Ancora oggi, come se questa scelta non fosse già abbastanza sofferta e tormentata per le donne, un ulteriore carico di sofferenza le viene imposto dall’esterno” ribadisce la sindacalista.

Fermo, con il suo Murri, è da sempre uno degli esempi ‘negativi’ con la non applicazione della 194 visto che la squadra di ginecologia è stata composta da obiettori. Ma ora qualcosa sta cambiando, grazie all’impegno del direttore del distretto, Vincenzo Rea, che è partito da un dato: “Secondo i dati regionali, nessuno dei consultori dell’Area Vasta 4 ha rilasciato certificati per l’interruzione volontaria di gravidanza”. Per cambiare questo quadro, che dimostra l’assenza di un servizio, oltre che di una possibilità, l’Asur 4 ha avviato un nuovo programma di presa in carico della donna che richiede una Ivg. “Il protocollo – spiega Rea - prevede la presa in carico della donna avviene da parte dei cinque punti consultoriali dell’AV4, (Montegiorgio, Montegranaro, Petritoli, Porto San Giorgio, Porto Sant'Elpidio e con il supporto dei due Presidi con prestazioni ostetriche ad Amandola e a Sant'Elpidio a Mare) e poi da lì il passaggio all’area vasta 3 di Macerata, dove l’interruzione è prevista”. Davanti a sé la donna si troverà una squadra completa: “L’ostetrica è la prima figura professionale presso il consultorio che, dopo il colloquio, invita la donna all’esecuzione di un test di gravidanza; il ginecologo effettua l’accertamento dello stato di gravidanza, dell’età gestazionale e produce la dichiarazione per l’esecuzione dell’IVG per consentire alla donna di presentarsi presso le strutture indicate” ribadisce Rea. Poi c’è lo psicologo.

Difficile, per il momento fare meglio: “Non si può abbassare la guardia: la situazione che si osserva nei singoli ospedali è ancora più preoccupante. Sono tutti obiettori i 12 ginecologi dell’ospedale di Fermo, tutti a Jesi, 11 su 12 ad Ascoli, 10 su 12 a Fano. La situazione nelle Marche è difficile ma, anche grazie alla forte e tenace mobilitazione e al protagonismo delle donne, alcuni risultati importanti sono stati prodotti. Innanzitutto per quanto riguarda l’utilizzo della RU486 e le procedure per l’aborto farmacologico, due anni fa, seguendo l’esempio virtuoso di tali regioni e provando a recuperare il tempo perduto, la Regione Marche ha avviato e poi esteso la sperimentazione dell’aborto farmacologico con ricovero in day hospital: una scelta importante che va nella direzione giusta” conclude la segretaria della Cgil.

Il protocollo può essere un piccolo passo, ma la richiesta è un’altra: assunzione straordinaria di medici, ostetriche e infermieri non obiettori prevedendo, nei bandi di concorso, l’assegnazione ai servizi e attività connessi all’IVG. “E se non fosse possibile assumere, ricorrere all’istituto della mobilità”. C’è poi il nodo sociopolitico che va oltre quello sanitario: “Bisogna consentire ai giovani di fare figli quando lo desiderano: si fanno pochi figli perché oggi avere un figlio è un lusso di fronte ai costi e alla precarietà del lavoro. Si deve costruire una società accogliente verso la maternità. E’ una grande battaglia perché questa società è ostile: gli asili nido sono insufficienti e costano troppo e ancora troppe donne sono costrette a lasciare il lavoro quando nasce un figlio”.

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