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Sprar, il sistema che rende l'accoglienza fermana vincente: "Niente ghetti, risorse dallo Stato e inserimento lavorativo"

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Fulimeni: “Parliamo di reti consolidate, non di qualcosa di incompleto e isolato. Troppo spesso c’è uno scollamento tra prima accoglienza e il percorso di prosieguo. Insieme si può migliorare ogni passaggio”.

di Raffaele Vitali

FERMO - “Il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. A livello territoriale gli enti locali, con le realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico”.

Funziona questo sistema? A rispondere è Alessandro Fulimeni, che dello Sprar di Porto San Giorgio, Fermo e Porto Sant’Elpidio è responsabile, affiancato dalla coordinatrice Stefania Santarelli.

“Evolve bene anche a livello nazionale, ma non con la necessaria velocità che servirebbe. Siamo ancora legati ai Cas, i centri emergenziali. Percentualmente il sistema in Italia copre il 25% delle richieste. Nuovi comuni sono entrati nel sistema Sprar. Da 3mila a 31500 posti in Italia, con una crescita negli ultimi due anni. Una strada presa dalla politica che speriamo cresca. Ormai è un riferimento imprescindibile, accoglienza pensata per un percorso di inclusione sociale e non logica emergenziale che dà vitto e alloggio”.

E nel Fermano come funziona?

“Noi gestiamo 20+5 posti Sprar a Porto San Giorgio, tra Sconfinamenti e Human Rights, 32 a Fermo e 37 P.S.Elpidio. Poi ci sono al tre realtà Sprar a Magliano, Grottazzolina e Servigliano. So che diversi comuni si stanno affacciando per conoscere il sistema Sprar”.

Ma chi li gestisce davvero?

“Titolari dei progetti sono i Comuni che effettuano il lavoro di programmazione, insieme ad Ambito e Provincia. Si è finalmente capito che solo una accoglienza diffusa, evitando le grandi concentrazioni, funziona, soprattutto se abbinata a un piano di servizi a 360 gradi”.

Fulimeni, ma è un business l’accoglienza?

“Non scherziamo. Tra l’altro bisogna differenziare tra Sprar e Cas. Noi abbiamo u numero di posti definito che cambiano a rotazione e sono gestiti dalla sede centrale di Roma. Le risorse sono del fondo nazionale per le politiche per l’asilo. Fondi del Ministero date ai comuni che poi finanziano il progetto in base ai servizi erogati”.

Cosa la convince di più del progetto Sprar?

“Parliamo di reti consolidate, non di qualcosa di incompleto e isolato. Troppo spesso c’è uno scollamento tra prima accoglienza e il percorso di prosieguo. Insieme si può migliorare ogni passaggio”.

Non crede che troppe figure gestiscano profughi e richiedenti asilo dando l’idea di business?

“Nuova ricerca e agenzia Res sono nel canale Sprar. Noi abbiamo scelto un percorso serio, rigoroso, con controlli a tappeto dove i centesimi che spendi vanno documentati. E abbiamo detto no ad altre forme di accoglienza. Il modello deve essere questo. Un fiore all’occhiello che va implementato e sviluppato. Dobbiamo superare la frammentazione del sistema di accoglienza italiano. Ci muoviamo sempre in logiche emergenziali, mentre oggi è un fenomeno strutturale. Non si possono improvvisare interventi. Serve un sistema non solo italiano, ma europeo. Uno che ha un parente in Germania e arriva i Italia non riesce a passare, non è più accettabile”.

Guardando il lato pragmatico, l’accoglienza è un costo o una risorsa?

“Di soldi ne arrivano tanti, la bilancia commerciale in questo settore è sempre in positivo per l’Italia. E scendendo nel locale, le ricadute su affitti degli appartamenti, negozi e imprese è evidente. Basti pensare agli inserimenti lavorativi con borse lavoro che aiutano il richiedente, ma anche l’impresa”.

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