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Un dono che umanizza l'oncologia: l'Anpof chiede, mister NeroGiardini dà e i pazienti sorridono

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L'imprenditore ha donato doddici poltrone per l'infusione delle medicine, dalla chemio al taxolo: “Questo è un reparto particolare dove spesso al danno fisico si aggiunge una difficoltà psicologica. Avere un ambiente confortevole è di fondamentale importanza. Qui stiamo realizzando quella che si chiama ‘umanizzazione delle cure’”. FOTO e VIDEO

di Raffaele Vitali

FERMO – L’umanizzazione della sanità è possibile. Ma ognuno deve fare la sua parte: l’Asur, la politica, le persone, gli imprenditori. “Che belle queste poltrone, per la prima volta sono riuscita ad addormentarmi durante la terapia”. Enrico Bracalente ha fatto centro. Non con un paio di scarpe, non con un nuovo grande buyer, ma con un dono. Dodici poltrone colorate hanno cambiato la vita dei pazienti malati di tumore che ogni giorno entrano nel reparto di oncologia del Murri di Fermo. Il reparto che per qualche decennio è stato guidato da Lucio Giustini, il vulcanico primario che tra urli e sorrisi sapeva superare ogni problema, e che dal suo pensionamento è passato nelle mani di Bascioni, il taciturno dottore che con la sua grazia riesce aa rendere lieve anche i giorni più difficili di chi invece che al Murri passa le sue giornate all’Hospice di Montegranaro.

Servivano le poltrone al reparto e Bracalente, contattato dall’associazione Anpof guidata da Michaela Vitarelli, le ha comprate. “Quando ci siamo parlati mi ha solo detto ‘ci pensi lei’. Non mi ha chiesto il costo, non ha mai parlato di soldi. Semplicemente voleva darci quello di cui c’era bisogno”.

È emozionato mister NeroGiardini, l’imprenditore da oltre 200milioni di fatturato, che è molto attento ai bisogni della comunità. “Il motivo è semplice: se sono diventato quello che sono è grazie a questa terra che mi ha permesso di esprimermi. È giusto che io ridia qualcosa”. E quel qualcosa vale molto, sia a livello economico sia psicologico. 

E su questo punta il direttore dell’Asur Licio Livini: “Questo è un reparto particolare dove spesso al danno fisico si aggiunge una difficoltà psicologica. Avere un ambiente confortevole è di fondamentale importanza. Qui stiamo realizzando quella che si chiama ‘umanizzazione delle cure’. Altro non è che il favorire le relazioni tra le persone”.

Condivide Lucio Giustini, tra i migliori medici nel suo campo: “Il medico deve pensare a curare il malato, è quello il suo compito. Poi c’è l’Anpof, ci son i volontari, c’è chi riesce a far da cerniera tra il malato e l’istituzione. Umanizzare l’oncologia è difficile, perché qui ci sono situazioni particolari, perché questo è il reparto che spende più risorse in medicinali, perché non è facile stare qua dentro. Ed è proprio per questo che dico grazie a Bracalente”.

Oncologia è un reparto complesso, che richiederebbe nuovi spazi, ma che funziona, come sottolinea Bascioni: “Siamo tra le 28 oncologie in Italia certificate HuCare e siamo tra le 170 nel mondo accreditate per l’integrazione tra cure oncologiche e cure palliative”. Insomma, i problemi ci sono, ma anche le certezze: “Lavoriamo per far migliorare la condizione di chi frequenta questo reparto, che è un fiore all’occhiello. Tanto è stato fatto da quando è stato aperto. Anche grazie all’Anpof che ha portato i fiori che mancavano”. I fiori per la direttrice sanitaria Padovani sono quell’in più che rende la permanenza meno gravosa.

Le volontarie dell’Anpof sono una presenza discreta, quelle che arrivano al momento giusto. Passano durane le mattine con il loro carrellino pieno di dolci e pizzette, con succhi e bevande di ogni tipo. Le attendono i pazienti, attaccati alla loro flebo. Fino a ieri stavano su vecchie poltrone di pelle, d’estate coperte da lenzuoli per renderle meno appiccicose. Erano comode perché segante dal tempo ma inadeguate. Lo sapeva Giustini, l’ha capito la determinata Michaela. Ma serviva qualcuno che cambiasse il corso della storia. Enrico Bracalente aveva messo a disposizione una importante cifra già da un paio d’anni, ma la “burocrazia sanitaria” come è stata definita dai protagonisti aveva fermato i piani. Ecco l’idea, donare attraverso chi dona ogni giorno il suo tempo e pazienza in favore di chi si cura. “Noi siamo solo persone sensibili che danno quello che possono quando possono per far star meglio tutti. Se un paziente esce più sereno ne risentirà tutta la comunità. La vita sarà un po’ più leggera, sapendo che per far stare meglio ci sono i medici e questo splendido personale” concludono i vertici Anpof tra gli applausi di un reparto che si muove come una grande famiglia.

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