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Il 'regalo' del Papa a Conti: prorogato come vescovo di Fermo. Il monsignore sorride: "E io che volevo andare alle Maldive"

conti istituto

In chiusura richiama Papa Francesco e parla dei migranti: “Andiamo verso l’estremismo della carità, un concetto che il Papa ripete spesso. Negli ultimi anni ho puntato all’incontro con i poveri".

di Raffaele Vitali

FERMO – Come festeggiare l’arcivescovo Luigi Conti se non partendo dal pensiero, dallo studio, dalla Parola? “Nella mia vita ho letto parecchi libri sapienti e buoni, ma non ho mai trovato qualcuno che mi abbia riscaldato il cuore come il Salmo 23”. A dirlo è stato Kant l’uomo della ‘legge morale è dentro di me e il cielo stellato sopra di me” esordisce Antonio Nepi. ‘Memoria e identità’ è il lavoro postumo di Giovanni Paolo II in cui sostiene che “la finanziarizzazione dell’economia ha rubato l’anima e tolto valore alla persone”. Questo da un lato, dall’altro Bauman che ha parlato di società liquida, a livello di identità e modernità: “Mancano i punti di riferimento stabili” ribadisce Viviana De Marco. Da qui la scommessa, ridare identità alle persone.

Si intrecciano filosofia e teologia, economia e vita quotidiana all’Istituto teologico di Fermo, in festa per i 76 anni dell’arcivescovo Luigi Conti a cui ha dedicato l’ultimo numero della rivista con una serie di studi ispirati al percorso teologico del monsignore. San Paolo ricordava che “il vescovo non è un compilatore di scelte altrui, ma la guida che sa ascoltare tutti decidendo la rotta”. Ci ha provato ogni giorno nel suo lungo presbiterio Conti. Viene ricordato anche Franceschetti, nel suo ingresso in comunità nel 1997, che parlava “di un dramma di una chiesa che non riesce ad arrivare a impedire tragedie”. Insomma, una chiesa forte nelle strutture, ma che fatica ad arrivare al cuore di alcuni problemi. “In questo – aggiunge don Tarcisio Chiurchiù – Conti per 11 anni ci ha accompagnato, affidandoci alla Parola come compagna di cammino ecclesiale”. Difficile trovare miglior guida.

“Sono caduto in una trappola magistrale” esordisce con il sorriso monsignor Conti che parla al suo presente e al futuro, gli studenti, della comunità religiosa. “So che non sono un bravo comunicatore, sono molto silenzioso, ma dovrete sopportarmi ancora per qualche mese. Oggi sarei dovuto scappare alle Maldive per il mio compleanno e invece il Papa mi ha chiesto di restare ancora per qualche mese. Forse ha prorogato troppo, ma ubbidisco”.

Promuove l’Istituto teologico: “Qui nasce la cultura ecclesiastica delle Marche. C’è sempre un prete fermano ai vertici dei luoghi di formazione delle diocesi regionali. Questo per la ricchezza di questa diocesi, di questa struttura. In questi dieci anni ho potuto assaporarne la capacità. Il cardinal Pellegrino chiedeva di investire in cultura, questa chiesa fermana lo ha fatto dal concilio a oggi”.

Ha imparato molto in questi undici anni a Fermo: “La chiesa fermana mi ha insegnato il ‘primato della Parola’. La fede nasce dall’ascolto della Parola e troppo spesso la si dà per scontata la fede, mentre la società marchigiana stava cambiando, anche per il lavoro che ha allontanato le famiglie dai momenti comuni di preghiera. Noi non abbiamo saputo capire con tempestività questo fenomeno”.

Parla del terremoto: “Ho sofferto molto. Son tornato al 1997, quando lavorammo per rimettere in piedi le comunità più velocemente possibile. Penso all’Aquila, dopo tre mesi con Bertolaso le diocesi erano state considerate prioritarie, qui solo il mese scorso il Governo ha pensato alle chiese. E invece la gente ne ha bisogno, sono il perno della comunità, già fragile e debole, spesso anziana”. Non facile l’ultimo periodo di Conti: “È diventata una traversata piena di insidie e pericoli. Ma non posso fermarmi e neppure tirami indietro. Quindi vado avanti”. Con la pacatezza della sua voce, che è felpata, ma sicura e mai traballante. 76 anni, ma il piglio è quello del primo giorno.

In chiusura richiama Papa Francesco e parla dei migranti: “Andiamo verso l’estremismo della carità, un concetto che il Papa ripete spesso. Negli ultimi anni ho puntato all’incontro con i poveri. Lo abbiamo fatto moltiplicando le sedi della Caritas, con il servizio civile, con l’accoglienza dei rifugiati, che oggi è l’opera di carità che non potevamo ignorare. Anche perché sta avvenendo, seppure con molta lentezza, l’integrazione di cui si parla ma che nessuno fa. Anche gli enti locali si tirano troppo spesso indietro. Ma cosa ci aspettiamo? Finiamola di parlare di emergenza, questo è un fatto strutturale. Da questo punto di vista come diocesi possiamo vantare, nell’umiltà, di aver dato un input a tutti. Don Vinicio ha avuto il coraggio di dire al Papa che avevamo cominciato ad accogliere nelle nostre chiese prima che lui lo chiedesse. È così. La carità copre ogni peccato, anche quelli del vescovo. Dà gusto peccare, io non ne faccio di pensieri e parole, ma di omissione sì. Per cui vi chiedo scusa”. E lo fa, come sempre, con il suo sorriso.

@raffaelevitali

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