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"No al laser, sì al day surgery". Ecco Sprovieri, il primario che ha reso il Murri un'eccellenza per gli occhi

carlospprovieri

Il laser a Fermo non lo vedremo mai, perché? “Parliamo di un vizio di refrazione. Non è un Lea e il laser ogni sei mesi necessita di 250mila euro di upgrade. È un costo per un servizio che non è patologia ma un difetto, non ha senso per il pubblico”.

di Raffaele VItali

FERMO – “La comunicazione è la mia grande passione. Faccio corsi di Management con esperti che mi vogliono insegnare a comunicare. Ma io sono convinto che l’empatia sia un dono di Dio. Puoi prepararti, ma se non lo fai in maniera spontanea non crei l’empatia. Le persone lo sentono”. Il dottor Sprovieri, primario di Oculistica dell’ospedale Murri di Fermo, entra in ambulatorio dopo essersi fermato a parlare con due persone che erano in trepidante attesa, visto che il dottore aveva appena operato un parente. Una operazione difficile, ma che Carlo Sprovieri ha reso fattibile, anche nel post rasserenando chi vive l’ansia dell’attesa. Ha scelto il Murri un anno e mezzo fa per crescere ancora come dottore, già affermato a livello italiano. “Ho trovato un ottimo ambiente, ma c’è una cosa che ci manca e spero che il direttore dell’Area Vasta Livini possa accontentarci: ci serve un day surgery. Un reparto in cui effettuare operazioni in massima sicurezza, visto che i numeri sono in costante crescita e la mobilità passiva si è azzerata”. Gli spazi ci sarebbero, ma ora sono occupati dalla Medicina di Amandola. Nel mentre, si fa il massimo con quello che si ha. “E una costante crescita di risorse e uomini”.

Sprovieri, quanto conta il rapporto con il paziente e i suoi parenti?

“Molto, una volta di fronte a un insuccesso chirurgico, dopo aver combattuto usando ogni risorsa, la paziente mi ha detto: sto più male per quanto vedo frustrato lei che per aver perso un occhio. Quel giorno ho pensato ‘ho perso ma ho combattuto’”.

Questo l’ha aiutata a superare il momento?

“Non si raggiunge mai la freddezza. È vero per pochissimi medici. La vita è così complessa che scegliere di vivere oltre che con i propri problemi con quelli degli altri, che spesso sono i più gravi, è una cosa per pochi. Chi ha passione per risolvere problemi altrui dentro deve avere una vocazione. E si vede quando un medico ha sbagliato la scelta. Poi, sia chiaro, non basta l’umanità”.

Lei quando lo ha capito?

“All’inizio presi troppi pazienti. Proprio per il mio modo di dialogare tutti mi cercavano. Poi un dottore mi disse: ‘Ricordati che il bene che fai con una pacca sulla spalla dura per 15’, quello che fai con una operazione perfetta dura per sempre’. Ecco, serve una continua preparazione, l’essere sempre adeguato alle tecnologie moderne”.

Crescita umana, professionale e tecnologica combaciano con il Murri?

“Parto dalla crescita umana. I fermani sono molto diversi dagli anconetani. Li trovo rispettosi e affettuosi, qualità che mi piacciono. Ma nello stesso tempo quello che mi ha colpito è l’orgoglio dei fermani che difendono coni denti la propria sanità”.

Da cosa l’ha capito?
“Avevo poco personale. Ho dovuto sospendere delle liste ambulatoriali e sono arrivati tre comitati cittadini. Ci siamo confrontati, abbiamo combattuto insieme. In un ‘or erano dal direttore generale ed è arrivata subito l’assunzione id personale. Cosa che nona avviene ad Ancona, lì non combattono”.

Padre direttore sanitario e tra i creatori del Torrette. È ancora il grande ospedale regionale quello di Ancona?

“Allora pensavano che la regione fosse un quartiere di Roma e quindi bastassero un grande ospedale e ospedali piccoli nelle piccole città, senza l’eccesso di frammentazione attuale. Non sono mai riusciti a chiuderli e ora abbiamo un Torrette passato da 1300 a 550 posti letto”.

16 mesi che è a Fermo, come sta il reparto?

“A livello di tecnologia siamo ottimi. In questo anno e mezzo la Direzione ci ha promesso e dato un’attrezzattura all’avanguardia in sala operatoria. È cresciuto il budget all’oculistica garantendo il passaggio da una chirurgia più routinaria a una di eccellenza che copre a 360 gradi i problemi. E poi mi stanno aiutando sul personale con un gruppo giovane e molto motivato che stanno ampliando per garantire una risposta alle richieste ambulatoriali che sono enormi”.

Numeri in crescita?

“Non solo merito mio, ma anche del pregresso: l’ambulatorio fa 25mila-27mila all’anno, un numero paragonabile agli ospedali più grandi d’Italia. La risposta al pubblico è forte”.

Ci sono liste di attesa?

“Con l’organico che abbiamo è sproporzionato in positivo quello che facciamo. È migliorata l’attesa, ma contemporaneamente c’è stato un aumento di attrazione con un raddoppio delle cataratte. E infatti abbiamo chiesto l’ampliamento dell’organico che oggi è 6+1 per passare a 7+1”.

Quali sono le richieste principali?

“Cataratta, glaucoma e degenerazione maculare legata all’età. Abbiamo un ambulatorio dedicato che lavora con attrezzature moderne. Ci sono farmaci iniettabili nell’occhio con costi molto alti per l’azienda, ma che ci sono garantiti perché sanno che li usiamo al meglio, ottimizziamo”.

Il laser a Fermo non lo vedremo mai, perché?

“Parliamo di un vizio di refrazione. Non è un Lea e il laser ogni sei mesi necessita di 250mila euro di upgrade. È un costo per un servizio che non è patologia ma un difetto, non ha senso per il pubblico”.

Quando la miopia diventa patologia, invece si interviene?

“Si impiantano cristallini artificiali, simili a quello della cataratta in aggiunta al nostro e possono correggere difetti congeniti. Questi cristallini sono molto costosi e si trovano in pochissimi centri. Ma saremmo in grado di agire”.

Lei è uno dei migliori a livello italiano nella cura della retina. Ma anche per gli interventi sui bambini. Fermo è ora un riferimento regionale?

“Opero anche gli strabismi dei bambini, ma sono più bravo sulla retina e nella chirurgia in generale. Cercherò di far crescere la parte pediatrica a Fermo, tanto che abbiamo avviato l’ambulatorio pediatrico con un protocollo con i pediatri di base che ci fa ottimizzare la distribuzione dei casi meno gravi sul territorio e di far acceder in modo diretto i casi più complessi. Il mio reparto verso i più piccoli ha dato Ho dato grande disponibilità. Urgenze agevoli e con una via di accesso alle cure non problematica”.

In cosa spicca oggi il suo reparto?

“Abbiamo sviluppato di più in assoluto la chirurgia della retina riguardante sia i traumi sia gli stacchi di retina non traumatici sia la chirurgia della macula, che è ad alto livello”.

Ha avuto molti casi?

“La soddisfazione è che da casistica zero siamo passati a 110 casi nel 2016 e siamo già a 7o in quattro mesi. Un numero paragonabile quasi a un centro di riferimento. È un riconoscimento da parte della popolazione”.

Mobilità attiva?

“Intanto abbiamo ridotto la passiva e i numeri sono in crescita per cui sappiamo che il fermano viene qua e sono arrivati casi da Abruzzo, Puglia e anche Emilia Romagna. Anche inaspettato”.

Novità interne al gruppo?

“Cresce una equipe chirurgia vitreo retinica. Il mio braccio destro diventerà uno dei migliori chirurghi in Italia: Luca Borgioli. Il padre è stato ed è tutt’ora uno dei fondatori e opinion leader del settore. Il Fermano aveva bisogno di questo settore. In più è la chirurgia che comporta urgenza maggiore e più grave, coprire una parte del territorio così importante è un modo che le persone facciano pellegrinaggi”.

Lei punta molto sulla formazione e l’innovazione?

“Abbiamo provato tra i primi in Italia un sistema per operare la retina in 3D. L’azienda è interessata a comprarci il mezzo e se lo farà saremo al passo con le realtà europee. Lo abbiamo provato in tre nelle Marche. Costa 80 mila euro, è il futuro della chirurgia della retina. La volontà dell’Asur c’è, ma puntiamo anche al privato che volesse fare una donazione”.

Dottor Sprovieri, dia qualche consiglio su come proteggere gli occhi in vista dell’estate.

“Gli occhiali dopo una certa età possono diventare importanti per prevenire malattie tipiche dell’età avanzata e che sono suscettibili per una ridotta capacità dell'occhio di filtrare un raggio ultravioletto. Quindi occhiali di buona qualità che rispettino normative Cee e hanno filtrazione adeguata”.

Quando bisogna farsi visitare?

“Per la prevenzione il messaggio più semplice è che ci sono età che sono tappa fissa per andare dall’oculista: la prima alla nascita per malformazioni, secondo ste ai tre anni, l’occhio si sviluppa fino ai sette anni, ma è il momento per intervenire. Dopo diventa troppo tardi, dai tre anni si può riabilitare il difetto. Terza tappa in età puberale 14-16 anni poi quella per la presbiopia prima dei 50 anni e quella dei 60anni è importantissima per due malattie: cataratta e più importante capire se poi c’è familiarità se predisposta alle due malattie: glaucoma e maculopatia. Son prevalentemente da anziana e dai 60anni in poi controllare e fare controllo”.

SPROVIERI E LE BARZELLETTE

@raffaelevitali 

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