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Amedeo Mancini libero, parla don Vinicio Albanesi: "Lo incontrerò. Mi preoccupa il suo ambiente, dimentica come è morto Emmanuel"

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Il fondatore della comunità di Capodarco: "So quello che serve: la capacità di convivere nel rispetto reciproco. Ricordiamo che tutto è partito da qui, dalla mancanza di rispetto. Poi il processo è andato come andato. A me non interessava la punizione".

di Raffaele Vitali

FERMO – Un insulto, uno scontro fisico, l’impatto con il marciapiede, la morte, l’esplosione mediatica e una sola certezza: Emmanuel non c’è più. Il resto è cronaca giudiziaria e cittadina.

Don Vinicio albanesi, cosa pensa della decisione del giudice di rimettere in libertà Amedeo Mancini?

“Lo incontrerò e non ho problemi a incontrarlo. Accogliere e perdonare tutti. Mi dispiacerebbe che ancora una volta questo momento non diventi strumento di esaltazione, cancellando tutto quello che è successo e dimenticando pezzi della vicenda”.

Perché teme questo?

“Da come i giornali hanno riferito, mi pare che l’andazzo sia quello. Ma non sarebbe rispettoso della memoria di Emmanuel. Al di là di Mancini, è la capacità del suo ambiente di dimenticare i termini della vicenda che mi preoccupa”.

Cosa manca?

“So quello che serve: la capacità di convivere nel rispetto reciproco. Ricordiamo che tutto è partito da qui, dalla mancanza di rispetto. Poi il processo è andato come andato. A me non interessava la punizione, ma il salvaguardare la memoria di un ragazzo che è venuto in Italia, cercava la vita e ha trovato la morte”.

Eppure sembra tutto così semplice.

“Mi pare quando accade che uno con la macchina uccide qualcuno e dice pazienza. Non mi stupisce che quindi ora si tenda a giustificare e a giustificarsi e a sottovalutare il dolore procurato e la vita tolta. Mancini parla della sua sofferenza in carcere, Emmanuel ha sofferto tutta la vita e alla fine è morto. Ma nei fatti dolorosi si ritrova la stessa logica”.

E per questo dialogherà?

“Ci mancherebbe. Io voglio accompagnare il percorso. Nessuno può dare giudizi, quelli spettano al Signore. Ma non dimentico le cose”.

Crede di aver commesso anche lei degli errori?

“Tutto quello che è avvenuto non è stato né voluto né provocato da me. È esploso, al di là delle mie intenzioni. Io volevo soltanto che la vicenda non si riducesse a una zuffa finita male”.

E il rischio c’è ancora?

“Un detto gesuitico dice: per dire una bugia basta che racconti parte della verità. Questo dicono i gesuiti: qui si dimentica l’inizio della vicenda, si dimentica il patteggiamento, sono scomparsi i testimoni e ora si diventa vittima. Non esageriamo, ma per la memoria di Emmanuel”.

A proposito, ma la salma di Emmanuel riuscirà a tornare in Nigeria per essere sepolta?

“Quando tute le carte saranno a posto. Serve chi va a prendere la salma, servono certificazioni mediche, serve una salma predisposta in un certo modo, serve l’aeroporto e chi lo preleva”.

Complicato e costoso?

“Si parla dei soldi. Mancini ha patteggiato con 5mila euro. Non bastano, ma i soldi li troviamo. Il problema è che le pratiche sono lente e passano per consolati”.

Don Vinicio, la vedova Chynerie l’ha più sentita?

“Mi manda dei messaggi. È un dolore sul dolore. A me rimane da andare a trovare Emmanuel al cimitero. Vado ogni settimana e ho la sua foto, non quella del matrimonio ma del suo corpo, sempre con me. Che sia da stimolo a difendere chi non ha nessuno che li difende”.

@raffaelevitali 

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