Centomila metri quadri per sognare: l'ex conceria di Fermo apre le porte a idee e progetti

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Ulissi, il proprietario: "Parliamo di un sito con requisiti unici. Un opificio che ha 100 anni e copre uno spazio di 100mila metri quadri, di cui 20mila coperti e soppalcabili”.

di Raffaele Vitali

FERMO – Cosa fare della conceria, area dismessa da anni, passata di proprietà nel 2008 dopo il fallimento e cruciale per il rilancio della zona Girola e non solo di Fermo? Il sindaco Paolo Calcinaro si è seduto al tavolo con l’ordine degli ingegneri e l’università Politecnica, come sperato dall’ex candidato sindaco e oggi consigliere Massimo Rossi. “La città ha problemi esogeni, penso alla crisi economica globale, ed endogeni, aree dimenticate e vincoli politici. Questo ha fatto arrugginire problemi oggi difficili da svitare. Uno di questi è la conceria”.

Parte così, da questo assunto, un percorso per dare slancio e futuro alla struttura, che rientra in un’area piena di ex, Sadam, Omsa e appunto la Conceria. “Da soli non possiamo risolvere questi problemi e per questo coinvolgiamo figure diverse, non ci interessano le coccarde e quindi stiamo mutuando questo sistema per cercare di trovare percorsi per tutte le strutture. Questo è e sarà il nostro modus operandi”. Si parte dalle idee, poi si ragionerà sui soldi. Chi li metterà? Qualcosa la proprietà, Il crowdfunding, sponsor privati, magari le istituzioni, di certo, stando ai protagonisti attorno al tavolo, l’Europa con i suoi bandi finalizzati al coinvolgimento deli giovani e alla nascita di contest lavorativi, innovativi ed ecosostenibili.

La professoressa Recchia, vicepresidente dell’associazione Casa Comune, nata questa estate e guidata da Giacomo Franca, illustra la cronistoria dell’area e di come è nato il progetto: “Noi vogliamo contribuire alla vita della città di Fermo e lo facciamo con progetti, anche ambiziosi, e penso a Rocca Montevarmine”.

Un progetto frutto di numerosi incontri con l’Università, la proprietà Adriatica Spa, l’ordine degli architetti e il Comune. “Quello è un luogo che stimola il pensiero e l’immaginazione” ribadisce presentando il progetto che si basa su tre protagonisti. “Il primo è il sito, l’ex Sacomar, passato da luogo di lavoro a campo di internamento, Pg70. La memoria è quindi diventato un valore irrinunciabile. E così abbiamo lanciato nelle scuole un progetto a cui stanno lavorando trecento studenti per recuperare la memoria. Questo tenendo sempre l’occhio verso il futuro, immaginando la trasformazione con l’oltre conceria’ che lo faccia diventare un villaggio dei lavori. In cui le maestranze che la crisi sta lasciando inutilizzate siano la base da cui ripartire”.

Il secondo punto è il progetto dei giovani, il coinvolgimento delle idee. Il 22 gennaio verrà lanciato il bando ‘Dai un posto alla tua idea’ che coinvolge qualunque persona. Uno si candida per essere accolto all’interno della Sacomar. “I progetti devono rispondere – prosegue la Recchia - al rispetto ambientale, all’innovazione, il recupero delle conoscenze o delle tecniche del patrimonio storico, la capacità di rispondere alle esigenze del tessuto sociale e produttivo. Un bando aperto fino alla fine di aprile. E chi vincerà s insedierà pagando affitti agevolati, mentre i primi cinque avranno lo spazio usato gratis”.

Terzo protagonista è la domanda, il tessuto sociale e produttivo. “Domanda di cultura, di assistenza, di solidarietà. Questa realtà deve essere visionaria e realista, quindi capace di ascoltare le esigenze. Come le ascoltiamo? Con un post it contest anche online a cui seguirà un secondo bando, a maggio, rivolto a ingegneri, architetti e progettisti che elaboreranno un masterplan sulle destinazioni di utilizzo dopo aver scelto i progetti”.

In tutto questo, il rettore Sauro Longhi che ruolo gioca? Porterà competenze e giovani interessati.  “Andiamo verso le esigenze dei più giovani. Un modello che funziona e penso all’ex Sadam di Jesi dove la proprietà sta lavorando per recuperare gli spazi destinandoli all’innovazione e alla creatività. In questo spazio, che ho visitato, ho visto il valore storico. Ma parliamo di uno spazio aperto che può ospitare numerose iniziative. Il territorio ha bisogno di spazi. Se c’è però una cosa che non potrà cambiare è la fibra ottica. Sia chiaro, la digitalizzazione può decontestualizzare tutto, ma mantenere il luogo di incontro è necessario, pur essendo io a spingere sulle nuove tecnologie per condividere il futuro”.

La presidente dell’ordine degli architetti, Giovanni Paci, è come sempre schematica: “Il processo di recupero è in linea con le nostre idee di ripensamento del comparto edilizio, incentrandolo più sul riuso che sulla nuova edificazione. Il nostro compito è di collaborare al nuovo paradigma urbano e di lavorare alla stesura di un bando per nuove energie locali o provenienti da fuori”. Tutti alla fine dovranno confrontarsi con la proprietà, guidata da Paolo Ulissi: “Dobbiamo guardare all’utile di impresa, ma le strade di dieci anni fa non hanno più significato. Pensiamo che questa sia la strada giusta da percorrere, la disponibilità c’è tutta.  Le possibilità devono venire dalle idee. Siamo disponibili, ma l’interesse economico non lo trascuro. Parliamo di un sito con requisiti unici. Un opificio che ha 100 anni e copre uno spazio di 100mila metri quadri, di cui 20mila coperti e soppalcabili”. In che stato? La palazzina uffici è abitabile, i capannoni industriali sono in gran parte ristrutturabili e il sito, che ha destinazione artigianale, è già bonificato, come ha stabilito l’Arpam dopo un centinaio di campionature. Per saperne di più, intanto, presentarsi venerdì alle 18 nella palazzina dell’ex conceria per conoscere il progetto ‘oltre Conceria’.