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L'ospedale Murri abbatte le barriere religiose: luoghi di preghiera e mediatori

labdidi don pompeo

La dottoressa Padovani è stata la cerniera: “Abbiamo facilitato l’incontro tra culture diverse che si incontrano ogni giorno dentro l’ospedale. Musulmani, cattolici, buddisti, ognuno deve poter avere a disposizione luoghi per pregare”.

FERMO - Due protocolli che superano le barriere. “Agevolare l’integrazione dei migranti e accettare in maniera attiva il mutamento sociale”. Sono queste le due linee guida che sottolinea Licio Livini: “Ma se non conosciamo le culture che integriamo, con i loro valori e tradizioni, diventa tutto più completo”.

L’Area vasta 4 ha così deciso di incidere sull’organizzazione sanitaria in modo da accrescere il benessere. Nasce l’ospedale multiculturale. “Ma avremmo potuto chiamarla sanità multiculturale, visto che i servizi coinvolti sono anche quelli periferici. Ma i numeri maggiori riguardano il Murri”. Due percorsi, il primo per assistenti in sala al Pronto Soccorso, “merito alla Prefettura che ha saputo far fare rete a Caritas e Gus”, che coinvolge tre soggetti; il secondo coinvolge le comunità religiose e riguarda la libertà di culto.

La dottoressa Padovani è stata la cerniera: “Abbiamo facilitato l’incontro tra culture diverse che si incontrano ogni giorno dentro l’ospedale. Musulmani, cattolici, buddisti, ognuno deve poter avere a disposizione luoghi per pregare”. La dottoressa Flavia Spagna, responsabile Urp, parte dal mediatore culturale di cui è dotata l’Asur. Ne abbiamo due, uno è in organico, un secondo è invece impegnato a lavorare con la comunità cinese ma da esterno. Per noi sono un valore aggiunto e ci hanno permesso di arrivare prima alla soluzione del problema garantendo la libertà di culto”.

Figura di riferimento è stato don Pompeo, cappellano dell’ospedale: “Un protocollo in itinere che oggi si apre a ogni forma religiosa e filosofica. È cambiato in questi anni l’ospedale. Crescono le persone dall’Africa e dell’est Europa. Con i musulmani, con cui ho ottimo dialogo, posso dire solo ‘abbiamo lo stesso Dio e Maria’ ma più in là non posso andare come sacerdote. Con i sikh, che vengono principalmente per partorire, il discorso è diverso, perché mentre i musulmani parlano italiano, la comunità indiana è più chiusa. Altro nodo è la comunità cinese, che spesso è bloccata dalla lingua. Difficoltà di colloquio e solitudine che cresce (ma su questo sta lavorando con grandi risultati la cooperativa Il Mondo di San Bendetto, ndr). Poi ci sono gli ortodossi, principalmente rumeni, con cui c’è il rapporto migliore”.

Abdellah Labdidi, guida dei musulmani della provincia fermana, è da sempre in prima linea nell’integrazione: “Un progetto magnifico, di apertura. La comunità musulmana è parte integrante della società italiana. Io stesso son 25 anni che vivo in Italia e mi sento cittadino di questo Paese dentro il cuore. Questo è un primo passo per rendere il mondo un paese”.

L’obiettivo finale è creare uno spazio fisico del silenzio e di preghiera. Nel mentre, libero accesso ai referenti di ogni religione nei reparti, figure che potrebbero essere di aiuto anche a livello di interazione tra medico e paziente: “Bisogna capirsi reciprocamente. Faccio un esempio: noi cerchiamo di garantire ostetriche donne, ma se non fosse possibile, l’obiettivo resta la salute. E avere qualcuno che lo spiega, mettendo in comunione la nostra e la cultura altrui, è fondamentale” conclude la Padovani.

 1.segue

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