Terremoto, i primi ad arrivare. Sette uomini, una sonda e la speranza di trovare persone vive: "Non siamo eroi, ma volontari della Protezione Civile di Fermo"

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protcivile fermo scavi alto

Ma il destino ha voluto metterli alla prova ulteriormente. “Abbiamo pianto tutti quando abbiamo recuperato i corpi. Grazie alla sonda con la telecamera avevamo visto un telo rosa, sembrava un lenzuolo e si vedeva qualcosa che sembrava un corpo. Erano una mamma e il figlio abbracciati, ma morti".

di Raffaele Vitali

FERMO – Sette volontari della Protezione Civile, tra i primi ad arrivare a Pescara del Tronto dopo il terremoto delle 3.36 del 24 agosto. Il primo sms sui cellulari alle 3.38, due minuti dopo la devastante scossa. Dopo 15 minuti in Sala operativa c’erano già il responsabile Francesco Lusek e il sindaco Paolo Calcinaro. Poi, uno a uno, sono arrivati loro, pronti a partire. Tra i primi, perché il Gruppo della Protezione Civile di Fermo è uno delle tre in Italia, gli altri in Friuli e Calabria, dotato di speciali attrezzature, sonde e telecamere, che permettono di individuare sotto le macerie le persone. E così, “siamo partiti carichi, con una forza speciale data dal voler aiutare e cercare di salvare più persone possibili”.

LA PROVA

Ma il destino ha voluto metterli alla prova ulteriormente. “Abbiamo pianto tutti quando abbiamo recuperato i corpi. Grazie alla sonda con la telecamera avevamo visto un telo rosa, sembrava un lenzuolo e si vedeva qualcosa che sembrava un corpo. Erano a un metro e mezzo di profondità, abbiamo aperto una buca è spuntato il materasso e poi il cuscino. Il cuore batteva, impossibile fermarsi. Abbiamo cominciato a scavare assieme ai Vigili del Fuoco e quando abbiamo aperto un varco abbiamo trovato la madre con il bambino abbracciati, stretti. Ma senza vita”. Un’immagine straziante, ma i sette volontari di Fermo, coordinati da Francesco Lusek, si sono guardati e dopo un attimo, con la bocca piena di polvere, hanno ripreso a lavorare, perché per questo erano arrivati a Pescara del Tronto.

IL GRUPPO

Massimo Marinangeli, Matteo Angeloni, Davide Luparello, Mario D’Angelo, Francesco Lanciotti, Roberto Fratalocchi e Lusek: sono loro i sette che hanno operato sul campo fin dalle prime ore. Per alcuni era la prima volta su un terremoto, per altri come Mario D’Angelo una nuova catastrofe dopo San Giuliano e le zone di guerra in Bosnia e Albania.

“Non siamo robot” raccontano riuniti nella sede della Protezione Civile di Fermo, da dove oggi ripartiranno per tre giorni di missione ad Arquata. “La divisa la indossiamo e ci addestriamo, ma pochi minuti prima eravamo con le nostre famiglie. Come quelli che stavamo andando a salvare”. Ed è per questo che non vogliono sentire parlare di eroi: “Né angeli né eroi, il soccorritore si costruisce in mesi e anni di sacrifici. Anche se uno è volontario deve lavorare dietro e tanto”.

IL CANE

Certo, poi un conto è l’esercitazione, “noi ci prepariamo simulando crolli, con sotto manichini che poi raggiungiamo con la sonda e liberiamo scavando con le mani”, un conto è trovarsi davvero di fronte ai corpi delle persone. “Avendo la sonda ci chiamavano da una parte all’altra. Per capire se prima di scavare invano c’era davvero un corpo. Non avevamo mai partecipato al recupero di nessuno, tranne quando ci siamo trovati davanti a un cane. Era intrappolato, aveva un blocco di cemento sopra. Quando l’ho liberato – racconta Marinangeli, esperienze nelle zone alluvionate di Senigallia e Genova -  neppure si muoveva, tremava. Ci siamo guardati con gli altri volontari e lo abbiamo recuperato. Mi sono infilato nella fessura, passavo il materiale a Francesco (Lusek, ndr) e poi lo abbiamo liberato. Abbiamo agito di istinto. È il nostro addestramento”. Tremava il cane, ma ce l’ha fatta e durante i funerali ha vegliato sulla bara del padrone che invece è morto sotto i massi. Un gruppo addestrato, di quelli che dedica ore del proprio tempo libero a prepararsi. “Ma – prosegue Lusek - l’addestramento senza doti umane, inventiva e flessibilità non basterebbe. In questo frangente sono emerse qualità umane e tecniche”.

IL DEBRIEFING

Non va mai dimenticato, lo ribadiscono, che sotto la divisa ci sono le persone. Quelle che poi, finito il momento dell’intervento, si ritrovano tutte insieme e provano a scaricare: è il debriefing.  Sottolinea Francesco Lusek. Anche tra i volontari ci sono le ‘persone’. Il debriefing psicologico sta entrando lentamente nel mondo del soccorso. “Dove americani e israeliani da decenni si muovono da noi ancora ci sono resistenze. Abbiamo un team di psicologi dell’emergenza fermani. Ora sono impegnati per tre giorni ad Arquata” prosegue il coordinatore, che è il più esperto “ma ogni terremoto è diverso e ti segna”.

Se segna un volontario esperto, pensiamo al 19enne Francesco Lanciotti, il più giovane: “Non ho sentito fatica, né il bisogno di bere. Il tempo passava, speravi di fare più in fretta possibile per trovare persone vive”. Non ci si può abituare all’emergenza, anche se sei un militare già impegnato in alcune missioni umanitarie, come Davide Luparello: “Lusek mi ha convinto a diventare volontario proprio con la serietà dell’addestramento che questo gruppo svolge. Mi sono appassionato e sono convinto di avere fatto la scelta giusta. I componenti sono incredibili, lavorare con loro durante il terremoto è stato perfetto. Anche il compito del passamano con sassi e rocce è stato svolto con professionalità. Quello che però non accetto – prosegue supportato dai compagni di lavoro – sentirci chiamare ‘eroi’. Noi siamo volontari. Se aiuti il prossimo sei uno con il cuore grande, con la voglia di dare un aiuto, non un eroe”.

Anche per lui i segni nel cuore e nella mente per quanto visto e vissuto: “Vorremmo tutti tornare e tirare fuori persone vive. Di certo torneremo per bere un bicchier d’acqua e cancellare la polvere che per ore ha riempito le nostre bocche”.

PRONTI A RIPARTIRE

Quelle bocche che torneranno a chiamarsi tra pochi giorni, dopo un nuovo debriefing collettivo che verrà effettuato con gli psicologi a Pescara del Tronto, “è bene farlo sul posto”, quando ripartiranno le esercitazioni. “Guarderemo con occhi diversi quel manichino che noi copriamo con la ruspa di calcinacci e poi mani e secchi liberiamo. Un conto – conclude Fratalocchi – è il manichino, un conto è scavare con le mani quando attorno hai una mamma che urla il nome del figlio, quando ti giri e hai un signore a piedi nudi, con mezzo pigiama che vuole scavare. E tu, magari devi mandarli via, per la loro stessa sicurezza”.

Scavavano, scavavano e scavano ancora i volontari della Protezione Civile di Fermo, assieme ad altre decine. Poi, di nuovo tutti a casa, in famiglia, tra gli amici che non possono capire cosa significhi davvero per delle persone normali, non certo eroi senza emozioni, cosa significhi alzarsi, indossare una divisa, preparare la squadra e partire nel giro di tre ore per aiutare qualcuno che neppure conosci.

NESSUN EROE

“Venite, iscrivetevi, preparatevi, partecipate e farete parte della nostra squadra” è l’appello finale del gruppo fermano, formato da 50 volontari, che ha bisogno di persone, “ma solo se c’è davvero la voglia di impegnarsi. Gli eroi della domenica non servono e neppure quelli da social network. Qui c’è solo una spinta: la voglia di fare del bene, sapendo che poi queste esperienze possono anche segnarti”.

Scossa alle 3.36, prima chiamata di Lusek nella chat di gruppo alle 3.38. Sette volontari partiti con le sonde, venti rimasti a Fermo e cinque diretti a Montefortino per i sopralluoghi. Una macchina perfetta, anche perché il sindaco era al loro fianco e così, dopo 15’ e in divisa, il dirigente Paccapelo e l’assessore Luciani per coordinare tutto dalla sala operativa. “. Motivazione, gruppo e partecipazione. Chi non ha questa mentalità non venga. Altrimenti, le porte sono aperte”.

@raffaelevitali

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