Astorri, legale di Chinyere: "Fermo non è razzista, la frase di Mancini sì"

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Il legale torna anche sulla presunta nuova testimonianza della sua assistita: "Ribadisco con forza che Chinyere non ha mai ritrattato".

FERMO - “Fermo non è una città razzista, la frase proferita da Mancini sì”. L’avvocato Astorri prende carta e penna per non far fraintendere le parole. Lo ribadisce per chiarire quello che sui social, ma anche su molti organi di informazione, per lei chiaro non è: “La stampa riporta ipotetiche dichiarazioni del difensore del Mancini che baserebbe la richiesta di riesame della misura cautelare anche sulla “smentita” della donna. Quale difensore della parte offesa ribadisco con forza che Chinyere non ha mai ritrattato, tanto che la stessa Procura della Repubblica di Fermo si è espressa in tal senso e ogni diversa informazione è tendenziosa e fuorviante, motivo per il quale mi riservo di agire nelle sedi opportune a tutela della mia assistita, anche con l'ausilio della Polizia Postale, qualora necessiti”.

L’avvocato Letizia Astorri quindi paventa querele, forte anche delle sentenze della cassazione che riconoscono alla diffamazione a mezzo Facebook una ulteriore aggravante. “In questo momento – prosegue -  non è importante se il Mancini sia o sia stato razzista, purtroppo le frasi dallo stesso pronunciate lo sono state e con conseguenze devastanti. Da quanto appreso sembrerebbe che ora il Mancini abbia preso coscienza della gravità delle sue azioni, ma rimane il fatto che per futili motivi ha provocato deliberatamente una persona offendendola ed insultandola e questo può essere chiamato in mille modi ma non può trovare giustificazione alcuna, né assurgere ora a meriti o onori perché per tali azioni Emmanuel è morto”.

La linea difensiva del Mancini, volta a dimostrare che non è un razzista, non convince l'Astorri: “Non basta, infatti, una fotografia con il calciatore di colore della fermana, sua amata squadra di calcio, per dimostrare che non si è né razzisti, né violenti, né basta ricevere i politici in carcere e farsi vedere con altri detenuti di colore per cancellare il passato e crearsi una diversa identità. Ci vuole ben altro per mutare la realtà dei fatti, perché la conclusione di questa drammatica storia è che alla fine vi sono tre vittime, di cui due con una vita segnata (Chinyere e lo stesso Mancini) e una, quella di Emmanuel, spezzata per sempre”.

Per il resto, la legale della vedova attende il corso della giustizia: “Spetta alla Giustizia la ricostruzione della dinamica dei fatti, nella celebrazione di un processo che doverosamente deve rimanere all'interno delle aule del tribunale senza trovare, ancora una volta, clamore mediatico e verità distorte e mutate, spesso totalmente inventate, ove è stata coinvolta un'intera città con tutti i suoi abitanti”. 

r.vit.