Bordoni e Paniconi, due nomi dietro le bombe contro le chiese: "Fermati, potevano scappare all'estero"

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Monti conferma: “Parliamo di soggetti legati al tifo organizzato, che frequentano lo stadio in modo continuo e fanno parte dell’area ultrà. Questo è il solo legame con il Mancini, ma nulla da un punto di vista di indagine che colleghi i due episodi che hanno scosso Fermo".

di Raffaele Vitali

FERMO – “Attività seriali e ripetute. Siamo stati fortunati che non ci siano state conseguenze peggiori dalle bombe. Ma non c’era un criterio logico sulla scelta delle chiese da parte dei due fermani fermati”. Spiega così Domenico Seccia, il procuratore capo di Fermo “che esclude legami con la vicenda Mancini”, la vicenda che ha scosso il territorio per mesi.

Indagine chiusa, “allo stato attuale”. I bombaroli sono stati presi. Un’operazione guidata dalla Procura in collaborazione con il comando provinciale di Ascoli e Fermo e la Prefettura. “Parliamo delle bombe di Porto Sant’Elpidio, il Duomo, San Tommaso, San Marco alle Paludi e San Gabriele di Campiglione. Episodi dal 27 febbraio al 22 maggio” prosegue Domenico Seccia.

Due i fermi, "per pericolo di fuga visto che uno pianificava di partire per Londra e non per Parigi per paura degli attentati": Martino Paniconi, classe 1972, "è stato visto nei pressi della chiesa di San Gabriele a bordo della sua auto", e Marco Bordoni, detto Lupo, classe 1986.  “Fabbricazione di ordigno esplosivo e relativa esplosione è l’accusa. Altro reato conseguenziale, fuori dal Fermo, è il danneggiamento aggravato di luoghi di culto”.

Seccia parla di attività di indagine meticolosa e condotta con il generale Favarolo dei carabinieri. “Importante l’apporto dei Ros di Ancona”. Indagini con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, assunzione di testi: “Una delle indagini più significative della ma esperienza per cui ringrazio il sostituto procuratore Monti che ha lavorato esclusivamente su questo dimostrando capacità professionale”.

Ci sono intercettazioni rilevanti “con la narrazione di tutte le vicende, dall’ideazione, dall’organizzazione all’esecuzione. Parole che ripercorrono ogni passaggio”. E poi le perquisizioni: “Abbiamo trovato tracce di polvere da sparo. E anche sul movente lo dobbiamo attribuire all’insennatezza di chi lo ha ideato”. Significa che “dalle indagini oltre a un motivo ‘insurrezionale’ c’è quello di sfregio delle istituzioni”.

Il provvedimento è di fermo: “Lo abbiamo effettuato perché qualcuno era pronto a lasciare l’Italia. Per questo ritengo un provvedimento motivato. Ora sarà il Gip a proseguire il lavoro”. Il generale plaude ai suoi uomini: “Abbiamo messo in campo i nostri uomini migliori, perché abbiamo compreso la gravità del fatto, per gli obiettivi e per le conseguenze”. La gravità del fatto che creava preoccupazioni per la sicurezza pubblica ha aumentato l’attenzione: “Il prefetto di Fermo è stato uno stimolo costante. Siamo all’inizio, il lavoro non si ferma. Parliamo di un risultato concreto che deve rasserenare la popolazione: le istituzioni ci sono e funzionano”. E anche dal generale arriva il ringraziamento al sostituto Monti.

“Ringrazio Procura e arma dei carabinieri per aver concluso questa vicenda. Una indagine non facile, ma grazie alle migliori energie e sinergie si è potuto risolvere la serie di casi. Carabinieri e Procura hanno mostrato la loro capacità” aggiunge il prefetto Mara di Lullo.

Monti conferma: “Parliamo di soggetti legati al tifo organizzato, che frequentano lo stadio in modo continuo e fanno parte dell’area ultrà. Questo è il solo legame con il Mancini, ma nulla da un punto di vista di indagine che colleghi i due episodi che hanno scosso Fermo. E per quanto riguarda il movente, escludo la natura politica. Perché dovremmo parlare di destra e anarchia, ma non parliamo di soggetti con cultura politica”. Di certo la coincidenza temporale dei fatti “porterà a ulteriori approfondimenti di indagine”.

Indagine chiusa? “Noi continueremo fino a quando la legge ci consentirà di farlo. Allo stato non ci sono altri soggetti interessati di indagine”. Come non ci sarebbe alcun legame che colleghi le bombe all’attività dei preti di strada, alla Caritas e all’immigrazione. “E sia chiaro – commenta il direttore generale della Fermana, Fabio Massimo Conti – non c’entra nulla neppure con il calcio e con la Fermana”.