Don Vinicio: "Non si chiama una persona con il nome di bestia. Emmanuel ha difeso la dignità di Chinyere"

DONBARA

È carico il don e non si placa, prosegue a parlare, senza sosta: “Io non abbasso i toni. Amedeo è un ragazzo come tanti. Invece che spingerlo alla sua impulsività, se qualcuno lo avesse aiutato a crescere, a essere cittadino responsabile". IL VIDEO

FERMO – L’hanno portata via in barella, poi è rientrata tra gli applausi. Chinyere, la moglie di Emmanuel si era sentita male durante il funerale, mentre in chiesa si recitava il Padre nostro. Arriva alla fine, in carrozzina, dopo che gli ‘amici’ di Emmanuel hanno cantato, dopo che l’ambasciatrice nigeriana ha letto un messaggio del Presidente, in tempo per le parole, dure, di don Vinicio Albanesi (IL VIDEO): “Cara Chinyere, per me tu ed Emmanuel siete sposati. Non avevate i documenti e solo per questo non vi ho sposato ufficialmente. Eravate un simbolo, ogni domenica alle 1030 venivate a messa insieme. Dopo una vita di dolore, dopo i bombardamenti in Nigeria, la perdita dei vostri genitori e del vostro primo figlio, siete riusciti a partire dalla Libia, nonostante tu stessi sanguinando, perché stavi perdendo il bimbo che avevi in grembo. Uno scafista – racconta don Vinicio, che aveva promesso inizialmente di rimanere in silenzio - si è commosso e vi ha caricato lo stesso. Siete arrivati a Palermo e poi a Fermo. E insistendo per stare con Emmanuel ti abbiamo ospitato anche se al seminario ci sono solo uomini. Ma tu eri come una cozza con il suo scoglio”.

Una volta accolti al seminario, la coppia ha convinto le suore e poi don Vinicio: volevano sposarsi. “A Emmanuel ho procurato un vestito griffato: giacca 48, pantalone 50. Era spaiato e me lo hanno regalato. Lei aveva un vestito nuovo da sposa, donato da una nostra artigiana. Ma c’era il problema delle scarpe. Se le facevamo bianche non le avrebbe messe più. E allora abbiamo scelto un color cremino, per fargliele usare anche dopo. Sono stati bene con noi. Erano in attesa di questo permesso di soggiorno. C’erano tutte le ipotesi per riceverlo e che, venendo dalla Nigeria, la commissione dicesse di sì”.

Ma la storia ha preso una strada diversa: “Martedì mi chiama suor Rita mentre ero in viaggio: Emmanuel è in ospedale in coma irreversibile. Torno a Fermo. Intuisco che tutto possa passare per una cagnara vocale. Allora indico la conferenza stampa alle 12. E dico ai giornalisti locali che per me non solo era stata una provocazione, ma che Emmanuel era morto ammazzato per difendere la sua dignità”. E viene al punto chiave: “Non si chiama una persona con un nome di bestia”. E per questo don Vinicio ha fatto accendere i fari sulla vicenda: “Non ho permesso che diventasse un piccolo episodio locale. Perché io queste storie le ho vissute vent’anni fa. In un nostro carcere locale, un ragazzo fu pestato. Aprirono una inchiesta e furono assolti tutti. Protestai col Pm, che mi disse sta attento, potresti essere denunciato tu. Per questo mi sono costituito parte civile, per difendere la sua dignità”.

Ed è a questo punto che Chinyere inizia a urlare, parla mentre don Vinicio la consola. “A me – riprende il monsignore che incassa applausi e cori - non interessano i processi e la giustizia legale. A Capodarco sappiamo cosa significhi difendere la dignità. Non potevamo entrare in un negozio, non potevamo andare in spiaggia. I nostri ragazzi in carrozzina viaggiavano sul treno merci con le gabbie dei conigli e dei polli. Ci sono voluti 40 anni perché qualcuno riconoscesse la loro dignità”.

È carico il don e non si placa, prosegue a parlare, senza sosta: “Io non abbasso i toni. Amedeo è un ragazzo come tanti. Invece che spingerlo alla sua impulsività, se qualcuno lo avesse aiutato a crescere, a essere cittadino responsabile. Ma anche lui è una vittima. Ringrazio i media che hanno tenuto alta l’attenzione non sui dettagli, ma sul rispetto della dignità. Su cui non medio. Non posso negare, tradirei la mia vita e la mia storia. Rispetto tutti e chiedo che tutti siano rispettati sempre e dovunque”. E ha chiuso citando San Paolo: “Non c’è greco né giudeo, né schiavi né libero, né maschio né femmina, siamo tutti fratelli in Cristo”.

Raffaele Vitali