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Addio Diana Marilungo, giornalista d'altri tempi che insegnava ai giovani il senso della verità

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Figlia di una scuola di giornalismo che non c’è più, la Marilungo aveva un obiettivo: raccontare i fatti. Quelli che dovrebbero avere come scopo di far sapere al lettore: chi, come, cosa, quando, perché (5W) quanto successo sarebbe di suo interesse

È come se i tasti scorressero da soli per scrivere ‘è morta’. Se fossimo coerenti con Diana Marilungo,la collega giornalista che oggi ci ha lasciato, ognuno di noi non dovrebbe superare le 1500 battute per raccontare ai cittadini,ovvero i soli e grandi riferimenti di Diana, che il suo cuore si è fermato. Se fossimo coerenti non dovremmo usare tanti aggettivi, Diana non li poteva soffrire. Anche perché era ironica, ma la simpatia non era la sua prima qualità. E lo sapeva.

Figlia di una scuola di giornalismo che non c’è più, la Marilungo aveva un obiettivo: raccontare i fatti. Quelli che dovrebbero avere come scopo di far sapere al lettore: chi, come, cosa, quando, perché (5W) quanto successo sarebbe di suo interesse a tal punto da finire su un giornale. Insomma, Diana cercava le notizie, le selezionava, le limava, le scriveva se aveva tutti i puntini in fila per fare la riga.

Ma siccome la coerenza non è del giornalista e tantomeno oggi lo è la ricerca della verità, schiavi come siamo della fretta e del click, di Diana ricorderò la ‘sua’ personale scuola di giornalismo in redazione. Quella che io non ho vissuto, ma che ci ha fatto incontrare perché da lì uscivano giovani speranzosi e vogliosi di diventare i nuovi Mentana, “se citassi Woodward la maggior parte penserebbe a una catena di supermercati” scherzavamo. Ma questo non le bastava, tantomeno a 67 anni..

Da un paio d’anni ormai era inchiodata in casa, come un’aquila messa dietro le sbarre. Guardava fuori dalla sua finestra ma non usciva praticamente mai. Maledetta schiena, di certo maledette sigarette. Eppure leggeva tutto. La chiusura del Messaggero le aveva tolto l’aria, uno spiraglio per respirare glielo aveva lasciato l’amatissimo Rolando, il marito giornalista, con il sito infofermo. Ma senza poter volare, nessuna aquila può vivere a lungo. Anche se crede di farlo, anche se con lo sguardo è sempre in cerca di nuovi orizzonti. Il suo si chiamava deontologia. Voleva organizzare un grande convegno, voleva parlare di quello che per lei, e in questo  ci siamo incontrati, era, ma continuerò a usare è, il giornalismo. Voleva farlo, aveva grandi idee. Ogni tanto chiamava e aggiungeva dettagli, ogni tanto chiamava e mi diceva ‘rimandiamo’. Ma non mollava. Fino a oggi, fino a quando mi hanno avvisato. Sembra la beffa finale: Diana Marilungo muore mentre sono in California, da qui l'obituary, nella terra delle gazzette locali, dell’informazione di provincia, dove i giornali ancora respirano, dove si raccontano i fatti, senza mai dimenticare anche nel Santa Barbara News la politica estera: perché il mondo è glocal.  Come Diana, che oggi lo spiegherà anche dall’alto dove ci guarderà, accenderà una sigaretta, giusto per due tiri, e poi mettendo in moto la sua Panda se ne andrà, su un’altra nuvola in cerca di un possibile futuro giovane giornalista. Che parte svantaggiato, perché chi crede in lui e soprattutto ha voglia di investire tempo ed esperienza non c’è più. E quindi, per restare coerente con il mio incipit: ‘Diana è morta’. Purtroppo. 

Raffaele  Vitali 

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