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Sprar, tutti ne parlano, pochi lo conoscono. Fulimeni: "Non costa ai Comuni, dà sicurezza, crea integrazione"

sprarfermo

Il coordinatore del progetto tra Fermo, P.S.Giorgio e P.S.Elpidio fa chiarezza: "Basta un piccolo studio e si capisce che come strutturato è un fiore all’occhiello: si lavora sull’accoglienza diffusa, piccoli gruppi. Si depotenzia la marginalità e la concentrazione che porta paura a livello pubblico".

di Raffaele Vitali

PORTO SAN GIORGIO - Alessandro Fulimeni (ultimo a dx nella foto) è il coordinatore area Sprar per la Nuova Ricerca Agenzia Res, quella che gestisce i progetti a Fermo, Porto Sant’Elpidio e due a Porto San Giorgio. A questi si aggiungono quelli di Servigliano e Magliano.

Fulimeni, lo Sprar è sotto attacco politico, proviamo a far capire come funziona?

“Un progetto che esiste dal 2002. Consiste nella rete di enti locali che lavorano attraverso il sistema di protezione guidato dal Ministero dell’Interno. Per partecipare è obbligatorio vincere il bando di selezione”.

Esempio?

“Il comune di Porto San Giorgio seleziona l’ente gestore su base di requisiti stringenti: servizi, curricula e linee guida decise dal Ministero. Noi abbiamo partecipato e vinto. Se non si rispettano i parametri, perdiamo risorse e ruolo”

Ha usato la parola ‘protezione’, quindi si lavora con veri rifugiati?

“E’ unicamente per richiedenti asilo o titolari di forme di protezione. Solo chi ha fatto richiesta di asilo politico, in attesa di risposta, o è un rifugiato, quindi ha avuto riconosciuto il titolo di soggiorno. Chi ha avuto il riconoscimento può restare per sei mesi”.

Cosa le fa dire che non ci sono falsi richiedenti asilo?

“Le procedure di controllo non cambiano per lo Sprar. Ci sono commissioni territoriali, che Minniti ha moltiplicato per accelerare i tempi di risposta. Nel momento in cui non ci dovesse essere l’accoglimento, il richiedente viene allontanato dal sistema di protezione. Ma il diritto di asilo prevede, a livello internazionale, di poter manifestare la volontà di chiedere asilo. Da qui l’accesso alle procedure busrocratiche”.

Se uno viene respinto, scatta l’espulsione?

“Dopo l’eventuale ricorso e sapendo che se perde di nuovo può andare in Cassazione, non c’è appello dopo la riforma del ministro Minniti voluta per ridurre i tempi. La partita si chiude al primo grado, visto che la Cassazione entra solo nel merito”.

Quanto costa e chi paga?

“Paga il fondo nazionale per le politiche dell’Asilo. Fondi ministeriali stanziati ad hoc. Soldi che vengono trasmessi dal Ministero ai Comuni, che li usano per la gestione dei progetti. Il costo medio è di 35 euro pro capite. Accoglienza di qualità a un costo più basso rispetto ai maxi centri”.

35 euro che servono per?

“Ogni attività. Per pagare il personale, i servizi per l’inserimento lavorativo, la copertura sanitaria, gli affitti, visto che lo Sprar usa appartamenti, l’alfabetizzazione. Tutti servizi dati al beneficiario. Se poi vogliaamo parlare di soldi in mano, il pocket money va da 1,50 a 3 euro al giorno”.

Chi è inserito nello Sprar può in contemporanea lavorare?

“L’obiettivo è fornire gli strumenti per l’autonomia. Nel momento in cui il percorso porta a un posto di lavoro, si perfeziona l’uscita. Il richiedente asilo, con le nuove normative, può lavorare dopo 60 giorni dalla richiesta. Ma in media partono i tirocini, che è il modo di far conoscere il ragazzo alle aziende”.

I fondi sono ministeriali o arrivano dall’Europa?

“Per lo Sprar sono ministeriali. Per l’immigrazione in generale arrivano dall’Europa, anche se in percentuale non alta”.

Quindi i soldi potrebbero essere usati per gli italiani?

“Direi di no. Ormai le politiche sull’immigrazione sono gestite a livello europeo. Ora è in atto una gigantesca riforma del diritto di asilo. Prima c’era una direttiva, con un margine di manovra nazionale, a breve ci saranno regolamenti che obbligheranno tutti gli Stati. Verranno decise le somme e le politiche a livello europeo”.

Teme che la campagna immigrato tolga forza al progetto Sprar?

“Non parlo da avvocato difensore. Basta un piccolo studio e si capisce che come strutturato è un fiore all’occhiello: si lavora sull’accoglienza diffusa, piccoli gruppi. Si depotenzia la marginalità e la concentrazione che porta paura a livello pubblico. Il vero grande problema è che il sistema di accoglienza italiano è ancora fermo all’emergenza. Oggi ci sono 170mila persone accolte in Italia, ma solo il 20% sta negli Sprar, il resto in strutture a carattere transitorio”.

Cosa non funziona?

“È mancata una pianificazione rispetto ai flussi, non esistono canali di ingresso regolari se non per la richiesta di asilo. Ma soprattutto solo mille comuni su 8mila fanno parte della rete Sprar. Devono crescere le amministrazioni locali. Ci sono accordi importanti che non si conoscono, ad esempio chi apre uno Sprar non avrà mai un Centro transitorio”.

Ma lo Sprar costa al comune?

“Non costa un euro, deve solo cofinanziare un 5% in servizi, non cash. Dal campetto di calcio per fare la squadra a un ufficio a disposizione. Al contrario hai un indotto economico, affitti, acquisto del cibo e delle medicine, che è importante. anche per le aziende che ricevono tirocini, coperti dal progetto Sprar e non a carico dell’impresa”.

A livello di delinquenza, avete dei report che dimostrano che non creano problemi gli Sprar?

“Non dati specifici, ma basta vedere i report della Polizia a livello di immigrazione. È totalmente falso che i richiedenti asilo portano criminalità”.

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