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Lettera choc di don Vinicio Albanesi ai migranti: "Non venite in Italia, siete neri e rubate lavoro. Non vi vogliono"

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E poi la proposta all'Europa dal fondatore di Capodarco: “Se qualcuno può resistere nella sua terra, non venga. Forse è meglio pensare a progetti che permettano livelli maggiori di cultura e di lavoro nelle vostre terre, con il nostro aiuto".

di Raffaele Vitali

FERMO – Un pugno al cuore la lettera di don Vinicio Albanesi, il fondatore della Comunità di Capodarco, monsignore in prima linea con gli ultimi e, da ormai un paio d’anni, con i profughi.

È proprio a loro, a chi sfida il mare fuggendo da fame e guerre che don Vinicio scrive: “Rivolgo un messaggio a voi uomini e donne, dei paesi dell’Africa e del Medio Oriente che pensate di venire in Italia di non partire”. Ma come, lui, l’uomo dell’accoglienza che stoppa chi cerca la vita. Come mai? Numerosi i motivi: “Il rischio di pagare somme spropositate per arrivare in Libia e andare incontro a gravissimi problemi di sfruttamento è una certezza e non è una ipotesi. I racconti di quanti hanno tentato di imbarcarsi descrivono angherie, violenze, soprusi. La traversata del mare ha fatto negli ultimi anni migliaia di vittime. E poi, se riuscirete a mettere piede in Italia sarete sottoposti ad un’istruttoria per riconoscere lo stato dei rifugiati. Le commissioni proposte ascolteranno poco la descrizione delle vostre storie: saranno accolti coloro che provengono, secondo le convinzioni italiane, dai paesi in chiaro stato di guerra. Le domande che insisteranno su problemi umanitari saranno respinte”.

Una dura critica al sistema di controllo dell’Italia, ma soprattutto dell’Europa, quello avanzato da don Vinicio: “Non sarà per voi possibile attivare ricorsi ai Tribunali italiani, eccetto la Cassazione. Se lo stato di rifugiati non sarà accolto, sarete rinchiusi in speciali centri allestiti nelle varie Regioni, in attesa di essere rimpatriati. Ma anche se a qualcuno sarà concesso il permesso di soggiorno, la sofferenza non terminerà. Non esiste nessun programma di accompagnamento al vostro inserimento. Potreste trovare qualche buona anima che vi aiuta, ma nessun proposta generale è stata pensata: residenza, casa, lavoro saranno nelle vostre mani. Non troverete solidarietà”.

E quella che segue è la frase più dura: “La maggior parte del nostro popolo non vi vuole e non vi ama. “Il clima nei vostri confronti è ostile: vi rimprovereranno di essere neri di pelle, di rubare lavoro, di essere pericolosi, di essere occasione di arricchimento per alcuni italiani”.

Per questo, la proposta di vita davanti non vale il viaggio: “Non conteranno i vostri studi e i vostri mestieri, sarete tenuti lontani dalla vita della città. Per sopravvivere potrete essere costretti ad azioni illegali, comunque ai margini di una vita normale. Vi scrivo perché vi voglio bene e vorrei che il nostro paese fosse più attento e organizzato. Oggi, purtroppo non è così. L’ondata di persone richiedenti asilo che sbarcano sulle coste italiane è troppo alta: siamo rimasti soli, con un’Europa sorda e cinica. Né pensate di poter emigrare fuori dall’Italia. Le frontiere sono blindate e armate contro chi tenta di entrare clandestinamente”.

Ma chi arriva ha bisogno di andare via dall’Africa, dalla Siria, dagli angoli in cui nessun italiano vorrebbe vivere. Lo sa don Vinicio: “Se qualcuno può resistere nella sua terra, non venga. Forse è meglio pensare a progetti che permettano livelli maggiori di cultura e di lavoro nelle vostre terre, con il nostro aiuto. L’amara costatazione deriva dall’esame degli aiuti: il denaro impiegato per i salvataggi in mare è sottratto ai progetti di cooperazione allo sviluppo. Gli impegni solenni assunti dai paesi d’Europa per destinare lo 0,7% del proprio Pil per gli aiuti internazionali è rimasto, eccetto tre o quattro paesi, lettera morta. La speranza di una vita migliore in Italia è troppo bassa per essere presa in seria considerazione”.

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