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Aree verdi, pascoli, ma anche soldi: l'Appennino vale il 14% del Pil dell'Italia

sarano Scansione

L'Atlante per la prima volta quantifica la ricchezza prodotta da quest'area. Dalle imprese appenniniche viene prodotto il 14% del valore aggiunto nazionale: 202,9 miliardi di euro, e il 16% del bestiame allevato in Italia.

MONTEFORTINO – Non solo pascoli e prati in fiore. L'area dell'Appennino genera circa il 14% del pil italiano, per un valore attorno ai 203 miliardi di euro. A dirlo è la Fondazione Symbola nel suo atlante dell’Appennino realizzato con la collaborazione di 40 esperti e con il sostegno del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio.

Un’area fragile che riveste però un ruolo centrale nelle geografie fisiche, storiche, economiche e culturali del Paese. Un sistema ambientale di 1.300 chilometri che si snoda lungo tutta la Penisola fino a Le Madonie - nel cuore della Sicilia, oltre i Peloritani e i Nebrodi. Con una superficie di 94.375 chilometri quadrati (31% della superficie nazionale) superiore a nazioni come l'Ungheria, il Portogallo o l'Austria. Attraversa 14 Regioni e 2.157 comuni (27% dei comuni italiani), dove vivono 10,4 milioni di abitanti, il 17% della popolazione italiana - lo stesso numero di 25 anni fa grazie al contributo di 663mila immigrati. L'Appennino non ha eguali a livello continentale per percentuale di superficie tutelata da aree protette: ben il 16,1% (10,4% grazie a 12 Parchi nazionali e 5,7% per il contributo di ben 36 Parchi regionali) che arriva al 30% se consideriamo anche i 993 Siti di Rete Natura 2000. Il 39,3% del territorio dell'Appennino è coperto da boschi: un'area di 3,7 milioni di ettari che rappresenta la forma più significativa di uso del suolo. E anche quella con la maggior dinamica di espansione: +40,8% tra il 1960 e il 1990, +1,5% tra il 1990 e il 2012.

Terra di produzione e di saperi: dalla carta di Fabriano alla ceramica (quella umbra, quella di Castelli o di Reggio Calabria), dal tessile (quello di Macerata, la maglieria del perugino, il panno del Casentino o il merletto a tombolo di Isernia) alla concia e lavorazione delle pelli di Tolentino alla gioielleria del distretto di Arezzo fino all'agroalimentare, che sia il prosciutto di Parma del distretto di Langhirano o i formaggi di Agnone (IS) o il latte di Amandola.

L'Atlante per la prima volta quantifica la ricchezza prodotta da quest'area. Dalle imprese appenniniche viene prodotto il 14% del valore aggiunto nazionale: 202,9 miliardi di euro, e il 16% del bestiame allevato in Italia. Le imprese appenniniche sono quasi un milione, il 17,2% del totale nazionale, attive principalmente nel commercio, nell'agricoltura, nella silvicoltura e pesca, nelle attività manifatturiere, e nel turismo e ristorazione. “L'economia dell'Appennino, in linea col resto dell'Italia, deve la maggiore quota di ricchezza prodotta ai servizi: in media 76% circa del totale (il dato italiano è 74,4%), con l'industria al 20,8% (23,4% Italia nel suo complesso) e l'agricoltura al 3,2% (Italia 2,2%). Notiamo che agricoltura e servizi portano al valore aggiunto totale dell'Appennino una quota maggiore di quella che portano a livello nazionale. Nell'ambito dell'agroalimentare le 149 denominazioni DOP e IGP appenniniche (il 51% sulle 294 totali in Italia) hanno una produzione di 207 mila tonnellate certificate per un valore alla produzione stimato intorno ai 1,2 miliardi di euro”.

Quando si sottolinea l'importanza che le filiere produttive certificate hanno per i territori del Paese e dell'Appennino, non si ragiona solo in ottica di tutela e tradizione, ma si parla di produzioni made in Italy dalla forte valenza economica e sociale. Quanto alle produzioni vinicole, ricadono nel sistema appenninico 197 denominazioni DOP e IGP (il 37% sulle 526 complessive in Italia), con un valore alla produzione dell'imbottigliato stimato in circa 820 milioni di euro. Nel suo complesso, il vasto paniere di produzioni DOP e IGP dell'Appennino ha un impatto economico di forte rilievo, stimato in oltre 2 miliardi di euro in termini di valore alla produzione (il 16% del totale nazionale DOP e IGP pari a 13,8 miliardi), concentrato soprattutto nell'Appennino settentrionale (quasi i due terzi del valore complessivo, 65% del totale), poiché in quest'area ricade il maggior numero di filiere e - soprattutto - si concentrano quelle con più alto valore produttivo, mentre il resto si ripartisce, nell'ordine, fra Appennino centrale (16%), Appennino meridionale (10%) e Appennino calabro-siculo (9%).

Nell'atlante viene analizzata anche la percezione dell'Appennino sul web. Attraverso l'analisi di due milioni e mezzo di post (da Twitter soprattutto, poi dalle news online, dai forum, da Facebook, dai blog) pubblicati in 13 mesi (1 gennaio 2016 - 31 gennaio 2017) in 6 diverse lingue: le principali lingue europee - dunque italiano (1.851.573 post), inglese (499.272), francese (30.107), tedesco (50.178), spagnolo (70.249) - più il rumeno (7.527), visto che è rumena la più numerosa comunità di stranieri presente in Italia. “Il web ci dice – conclude Symbola - che l'Appennino è tra le catene montuose più conosciute al mondo. Nei post in lingua spagnola, dedicati ai monti, nelle prime dieci posizioni per frequenza di citazioni troviamo due monti appenninici: Terminillo e Gran Sasso. Nei post in lingua inglese ne troviamo invece tre (Gran Sasso, Aspromonte e Terminillo) nei primi venti”. Su questo deve ragionare la zona fermana-maceratese, il gap che deve colmare a livello di visibilità. Dalla Sibilla al lago di Pilato passando per le piste di Sarnano e i tartufi c’è tanto lavoro da fare. e vale la pena farlo (foto scansione.net).

r.vit.

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